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Will Hunting – Genio ribelle: Gus Van Sant dipinge il ritratto di un ragazzo tanto problematico quanto geniale

Will Hunting – Genio ribelle è un film del 1997 diretto da Gus Van Sant su sceneggiatura originale dei due attori-interpreti Matt Damon e Ben Affleck.

Narra la storia di un ragazzo – Will Hunting (Matt Damon) – tanto geniale quanto problematico. Segnato da un passato burrascoso, Will mostra evidenti problemi comportamentali e relazionali: impenetrabile, incline alla violenza, incapace di aprirsi veramente agli altri, si fida solo della sua piccola e sbandata cricca, tra cui spicca Chuckie Sullivan (Ben Affleck). Si accontenta inoltre di lavoretti di poco conto sprecando le sue enormi capacità nel desolato quartiere di South Boston. Notato per caso dal luminare della matematica Gerald Lambeau (Stellan Skarsgård) che intuisce fin da subito il suo potenziale, Will viene affidato a diversi psicologi che, più che psicanalizzarlo, saranno da lui psicanalizzati. Solo lo psicologo Sean Maguire (Robin Williams), vecchio amico di Lambeau, troverà la chiave per penetrare le complesse difese innalzate dal ragazzo. Ambito e corteggiato dalle più prestigiose società d’America, Will capisce finalmente cosa vuole fare della sua vita: salta in macchina e guida verso la California per raggiungere Skyler (Minnie Driver), la ragazza che lo ama.

Opera introspettiva, psicologica, che scava nelle complessità della mente umana poi restituendone un quadro realistico. Will Hunting parla delle ferite che ognuno di noi si porta dentro e della necessità di rimarginarle per far affiorare il nostro io più autentico e diventare finalmente quel che siamo destinati a essere (che poi è lo scopo della psicoanalisi in generale).

Ma, attenzione, ciò che siamo destinati a essere non è necessariamente ciò che gli altri si aspettano da noi. Da una parte c’è Lambeau, che cerca a ogni costo di indirizzare (o per meglio dire “forzare”) Will alla matematica, per sfruttarne le eccezionali doti e raggiungere quei traguardi scientifici a cui nemmeno lui è mai potuto arrivare (chiara la critica di Van Sant all’establishment culturale che sfrutta egoisticamente i cervelli asservendoli al mero gioco del potere e del denaro); dall’altra parte c’è Sean, che è l’unico capace di guardare oltre la mente brillante di Will e scorgere il ragazzo al di là del genio, un ragazzo che si porta addosso i segni del suo passato doloroso e dell’abbandono subìto, mascherandoli dietro un’aria da bulletto. Ma è solo una corazza: Will è in realtà un’anima fragile, impaurita, bisognosa di attenzioni e di affetto. “Io ti guardo, e non vedo un uomo intelligente, sicuro di sé, vedo un bulletto che si caga sotto dalla paura” gli dirà Sean in uno dei momenti più toccanti della pellicola. Un concetto chiave della psicologia è che chi ha sofferto troppo in fase formativa (quando cioè era troppo piccolo per sostenere quel dolore) innalza delle difese inconsce tutte volte a evitare il ripersi di quella sofferenza. Molto spesso però accade che si rimanga schiavi di quelle difese anche in età adulta, quando ormai esse non servono più ed anzi non fanno altro che limitare e imbrigliare l’individuo nel suo libero sviluppo. Will non vuole più mettersi in gioco perché ha troppa paura di soffrire ancora: sia nell’ambito professionale che in quello relazionale, sceglie sistematicamente la via più facile, quella meno rischiosa, quella in cui non ha niente da perdere. Ma grazie a Sean, il ragazzo farà i conti coi fantasmi del proprio passato imparando ad accettarlo e a perdonarsi, smettendola di autopunirsi (“Will, tutta questa merda non è colpa tua”, continua a ripetergli Sean in una delle scene madri del film). Abbasserà finalmente le difese che aveva innalzato e deciderà di affrontare la vita, senza scappare di fronte a possibili sofferenze e fallimenti.

Lo psicologo, vera figura paterna per Will (ben più di Lambeau), lo convincerà a fare quello che vuole veramente determinando autonomamente il proprio futuro. Se è vero che ognuno di noi dovrebbe valorizzare e sfruttare le proprie potenzialità, è anche vero che bisogna evitare di diventarne schiavi. Sarebbe uno spreco non sfruttare le proprie doti, ma sarebbe uno spreco ancora maggiore spendere la propria vita al soldo di ciò che non vogliamo fare. Qual è la vera ragione di vita di Will, la finalità della sua esistenza? Non la gloria o il successo, ma l’amore di una ragazza. Nonostante le sue incredibili doti matematiche, Will non è nato per fare la cavia da laboratorio come tutti si aspettano da lui. Tra il sicuro successo scientifico che lo attende e l’imprevedibile amore che sembra richiamarlo dalla California, egli compirà forse il primo azzardo della sua vita. Il film si conclude col bigliettino di Will che dice: Sean, se dovesse telefonare il professore per quel lavoro, gli dica solo: “Spiacente, dovevo occuparmi di una ragazza”.

Una storia che tocca molti temi sensibili (la violenza familiare, l’incompiutezza delle persone, la fuga dalla realtà, la ricerca di se stessi, il tormento derivante dal proprio passato), raccontata in maniera toccante ma senza indulgere nel sentimentalismo. Plauso alla sceneggiatura fatta di dialoghi intensi, coinvolgenti e mai scontati. Emozionante e suggestiva la colonna sonora in cui figurano diverse canzoni di Elliott Smith (come la commovente Miss Misery, sulle cui note scorrono i titoli di coda).

Dedicato alla memoria del poeta Allen Ginsberg e dello scrittore William S. Burroughs (morti entrambi nel 1997), un film da vedere e rivedere, fino a interiorizzarne la lezione. Così magari risparmierete i soldi per lo psicologo.

 

Felice Sangermano

32 anni, appassionato di cinema e letteratura. Freelance blogger e scrittore. Autore preferito: Louis-Ferdinand Cèline. Sono un po' più allegro di lui però.