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“Spider”: così Cronenberg ci immerge nella ragnatela mentale della schizofrenia

L’interesse psicoanalitico, evidente in Cronenberg fin dagli esordi, esplode apertamente in pellicole come A Dangerous Method (2011) e Spider (2002). Opere, entrambe, considerate ingiustamente minori nella sfolgorante filmografia del regista canadese e che invece ne riassumono tutti gli elementi poetici peculiari. Della prima abbiamo già detto qui. Oggi parleremo invece di Spider, trasposizione del romanzo di Patrick McGrath (lo scrittore per eccellenza dei disagi psichici), che ne ha curato anche la sceneggiatura.

Trama Periferia di Londra, anni Cinquanta. Dennis Cleg, detto “Spider”, dopo anni di internamento in un ospedale psichiatrico, viene spedito in una struttura di reinserimento diretta dalla signora Wilkinson e situata nel quartiere dove viveva da piccolo. La rivisitazione dei luoghi della sua infanzia gli farà ripercorrere vecchi traumi familiari, portando a galla un’insostenibile verità.

Cronenberg è come il suo cinema: muta continuamente pelle, in un’evoluzione che però si rivela sempre compatta e coerente. Con Spider il cineasta canadese inaugura un nuovo percorso, caratterizzato dalle consuete “mutazioni”, non più del corpo ma della mente. Dal body horror al “mind horror”, potremmo dire.

L’approccio registico si rivela più minimalista rispetto al passato, come del resto avverrà anche in A Dangerous Method: il regista canadese rinuncia alla sua peculiare visionarietà orrorifica in favore di un registro più normalizzato, rispettoso della verosimiglianza clinica del soggetto. Di un’eleganza sopraffina, a partire dai titoli di testa, che richiamano alla mente le macchie di Rorschach, col suggestivo accompagnamento musicale di Howard Shore, fedele collaboratore del regista.

Cronenberg porta in scena con fedeltà manualistica le trappole mentali della schizofrenia, affiorata in giovanissima età a partire da un complesso edipico non superato: lo Spider bambino vede la madre come virtuosa e angelicata, salvo poi scoprirla in atteggiamenti sessuali col padre. Il trauma produce una scissione nella mente del bambino: all’amorevole figura materna originaria si affianca la sguaiata prostituta Yvonne, personaggio fittizio, frutto delle proiezioni di Spider, ma che ci viene presentato come reale, dal momento che il racconto viene condotto dall’interno della mente schizofrenica del protagonista (d’altronde era proprio questo l’intento dichiarato di Cronenberg e McGrath: rappresentare la complessa condizione schizofrenica dal punto di vista di chi la vive). Spider, convinto che il padre abbia ucciso la madre sostituendola con Yvonne, deciderà di togliere di mezzo quest’ultima mettendo in atto un elaborato matricidio a base di gas (il gas è elemento fondamentale, richiamato ossessivamente nella pellicola). Ma tutto questo a Spider (e quindi anche allo spettatore, che vede attraverso i suoi occhi) sarà chiaro solo alla fine del film. Una presa di coscienza lenta e dolorosa, che procede per flashback, fino all’agghiacciante agnizione finale. “Che cosa hai fatto?” dirà emblematicamente la signora Wilkinson (sulla quale Spider stava attuando di nuovo il meccanismo proiettivo).

La spia più grande dell’autoinganno di Dennis risiede nel fatto che egli si trova a rivivere nei suoi flashback scene a cui non poteva essere presente, spesso anticipando perfino le parole dei personaggi coinvolti. Gran parte della vicenda a cui si è assistito non è dunque reale, ma frutto dell’opera distorcente della mente di Dennis, il quale per tutto il film si impegna a ricostruire gli eventi del suo passato, come un enigma che però ha paura di risolvere (efficace il simbolismo della scena in cui Dennis, arrivato quasi a completare un puzzle, lo distrugge in preda a una crisi). Ed in effetti la verità che viene a galla una volta rimessi a posto tutti i pezzi è terribile, peggiore dei ricordi sostitutivi (ricordi di copertura, direbbe Freud) che Spider aveva inventato, rimuovendo l’insopportabile verità. La schizofrenia si dispiega nella sua essenza: essa non è altro che un complesso meccanismo di difesa che la psiche mette in atto di fronte a una realtà percepita come insostenibile.

Un finale che ci ricorda subito quello di Shutter Island (2010) di Martin Scorsese, in cui Edward “Teddy” Daniels/Di Caprio, proprio come Dennis, esce finalmente dal suo illusorio mondo immaginario (scaturito dai sensi di colpa e dal rifiuto per ciò che ha fatto) per riacquistare la lucidità e fare i conti con la tragica verità. Qualunque sia stata la ragione, il dolore per quello che si è compiuto è insostenibile. Edward sceglie di farsi lobotomizzare per cancellare definitivamente il vissuto inaccettabile (“Cosa sarebbe peggio? Vivere da mostro o morire da uomo per bene?” chiede al dottor Sheehan prima di sottoporsi all’operazione); Dennis si rifugia di nuovo nella sua follia: nell’ultima sequenza lo vediamo in macchina mentre fa ritorno all’ospedale psichiatrico.

Film sulla tragedia umana della schizofrenia, sostanzialmente inguaribile perché vista a livello inconscio come unica via di fuga a un dolore inammissibile. Il minore fra due mali. Impazzire un poco per non impazzire del tutto. Una descrizione essenziale ma accuratissima della malattia. E allo stesso tempo un monito al micromondo familiare che tanto influisce sullo sviluppo psichico infantile. Una riflessione, anche, sulla genesi stessa della schizofrenia, che emerge a partire da un evento traumatico scatenante (per Dennis, la visione degli atteggiamenti amorosi dei genitori), ma che sembra avere delle basi genetiche, come sembra suggerire il fatto che il Dennis bambino appare fin da subito (e quindi indipendentemente dal trauma) un po’ disturbato e a tratti inquietante.

Opera ricca di vivido simbolismo, a partire dalla periferia silenziosa e desertica in cui Dennis si muove, efficace proiezione del suo isolamento; l’edificio con tutte le porte e le finestre murate, com’è la mente schizofrenica, vera trappola senza via d’uscita; l’immagine già citata del puzzle la cui ricomposizione va di pari passo con la ricostruzione degli eventi; le ragnatele che “Spider” Dennis costruisce nella sua stanza, altro richiamo alla trappola mentale della schizofrenia e ai fili attraverso cui si risale verso l’oscura verità.

Splendide le prove attoriali: non solo quella della trasformista Miranda Richardson (che interpreta tre personaggi chiave) e quelle di Bradley Hall e Ralph Fiennes, nel ruolo, rispettivamente, dell’inquietante Dennis bambino e del biascicante Dennis adulto; ma anche la performance di Gabriel Byrne, incisivo nei panni del signor Cleg, il padre di Dennis e del vecchio Terrence/John Neville.

Un film da vedere senza se e senza ma. Per chi ama Cronenberg, la psicologia e il cinema in generale.

Felice Sangermano

32 anni, appassionato di cinema e letteratura. Freelance blogger e scrittore. Autore preferito: Louis-Ferdinand Cèline. Sono un po' più allegro di lui però.