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Lo scandalo CSM ribadisce ancora una volta che la politica non può e non deve interferire nella magistratura

Lo scandalo che ha travolto il Csm, con conseguenti dimissioni di alcuni dei suoi componenti, invita a diverse riflessioni che insistono non soltanto sulla politica e sui rapporti tra essa e un potere indipendente, ma anche sulla stessa autonomia che per definizione descrive da sempre l’essenza del potere giudiziario.

Partiamo da un assunto: in uno Stato di diritto i poteri, essendo divisi, non possono mai operare attraverso condizionamenti reciproci intesi come prevaricazione di un potere sull’altro. Esistono, infatti, meccanismi che consentono un dialogo tra i poteri dello Stato, in modo da assicurare il corretto funzionamento dell’impianto istituzionale e il raggiungimento dei fini che lo stesso Stato ha preventivato. Questi meccanismi sono la garanzia, non solo per le finalità, ma soprattutto per la correttezza delle procedure, e di conseguenza per la credibilità degli attori che mettono in moto le stesse procedure e ne diventano in un certo senso protagonisti. Quando si oltrepassano le garanzie create da questi meccanismi, il sistema non funziona perfettamente e gli attori in gioco perdono in termini imparzialità, terzietà e di conseguenza in termini di credibilità.

Se da un lato la politica fa i suoi interessi, per definizione di parte, questo non può giustificare uno sconfinamento oltre le normali procedure. La vicenda Csm ci descrive una situazione in cui esponenti del potere politico sono in stretto contatto con esponenti di un altro potere dello Stato, la magistratura. Al di là delle eventuali responsabilità che in sede giudiziaria saranno appurate, è chiaro che in termini di etica e correttezza dei comportamenti questi atteggiamenti non giovano, innanzitutto alla politica

In questa storia c’è un partito coinvolto e che è in grande difficoltà: si chiama PD. Le vicende che hanno sconvolto la magistratura e hanno coinvolto qualche esponente del Partito Democratico non hanno sicuramente aiutato, in termini di credibilità. Una credibilità già martoriata dai risultati elettorali e che oggi viene ulteriormente massacrata dalla questione Lotti. Bisogna capire qual è l’idea di giustizia che ha la classe dirigente di questo partito, se ancora esiste un’idea di giustizia. Perché è impensabile chiedere le dimissioni degli altri semplicemente perché si ha un indirizzo politico differente, e poi essere quasi impassibili di fronte a una conclamata commistione tra politica e potere giudiziario. L’errata direzione di un pensiero politico non può mai mettere in discussione i capisaldi dello Stato di diritto, ma gli intrecci tra chi svolge un ruolo politico e chi si occupa della corretta e imparziale applicazione della legge sono molto più gravi e rischiano di causare un ingolfamento del sistema, sotto l’aspetto istituzionale.

Il vizio di minimizzare i coinvolgimenti nelle vicende giudiziarie appartiene alla politica, e soprattutto al vecchio modo di fare politica. La gente vuole cambiare, e ha bisogno di sentirsi dire che tutto ciò appartiene alla vecchia politica. Se questo non avviene è chiaro che ogni lotta al “nemico sovranista” non ha ragione di esistere. Dal mondo PD ad oggi ho letto un solo pensiero critico, lucido e oggettivamente apprezzabile sulla vicenda ed è quello di Carlo Calenda, che ha ritenuto i comportamenti di Lotti non normali. Ed è sotto gli occhi di tutti, tant’è che stupisce che nessun’altra voce abbia espresso valutazioni simili, anzi: c’è chi non grida al tritacarne, come il segretario nazionale Zingaretti che si appella giustamente al garantismo costituzionale, ma qui siamo su un altro piano perché, al di là delle responsabilità, si discute in termini di correttezza dei comportamenti, di opportunità, di etica politica; c’è anche chi critica i colleghi di partito perché, sulla vicenda, sono stati meno teneri rispetto agli avversari.

C’è un principio fondante nella nostra Costituzione che afferma la presunzione di non colpevolezza fino al terzo grado di giudizio. Questo è il giusto equilibrio da tenere in considerazione ogni qualvolta si parla di giustizia. Ma c’è anche un’altra considerazione da fare: la politica non può interferire nelle decisioni della magistratura, e anche questo è un principio presente in Costituzione, con l’indipendenza del potere giudiziario. Quando esponenti del mondo politico mettono bocca su vicende che riguardano il personale appartenente al potere giudiziario, esiste un conflitto che va spazzato via senza se e senza ma. Il silenzio del PD sulla vicenda Lotti è un imperdonabile errore che non giova alla credibilità della sua classe dirigente.

Ma c’è una domanda ancora più importante da fare: alla luce di tutto ciò, può dirsi rispettato il principio che segna l’indipendenza del potere giudiziario da qualsiasi altro potere? Perché in questa vicenda assai complicata l’opinione pubblica, vuoi per abitudine vuoi perché si identifica in questo o in quell’altro colore politico, è portata inevitabilmente a concentrare l’attenzione su chi indossa una maglia con un certo colore, avendo così gioco facile nell’analisi della questione: i nostri vanno difesi, gli altri vanno attaccati. E se i nostri vengono beccati con le mani nella marmellata, basta semplicemente dire che gli altri sono stati beccati con le mani anche nella cioccolata. E così via, senza un pensiero logico. Invece la questione più importante e sulla quale vanno spese le più profonde riflessioni riguarda il ruolo del potere giudiziario: come può un esponente di un potere che, per definizione, è autonomo e indipendente intrattenere rapporti con politici, rapporti nei quali si discute di nomine e destinazioni di magistrati (materia tra l’altro riservata alla competenza del Csm)? Tenendo ferma la riflessione sull’etica e sulla correttezza dei comportamenti, non è possibile immaginare che un potere indipendente, autonomo e imparziale possa discutere di scelte che rientrano nella sua esclusiva competenza con attori della politica, cosa ancor più grave se gli stessi attori della politica sono coinvolti in vicende giudiziarie.

Nel corso degli ultimi anni abbiamo spesso sentito parlare di liste pulite, ineleggibilità, incandidabilità; o ancora di casi in cui uomini della politica sono stati coinvolti in inchieste della magistratura e, a seconda del colore, abbiamo assistito ad un’altalenante valutazione delle singole circostanze, con un opportunismo sfrenato tra chi si professava garantista e chi invece voleva giustizia a tutti i costi. C’è stato un tentativo della politica, forse vero forse falso, di rifarsi una verginità e di entrare di nuovo nella dimensione di candidabilità, assoluta, attraverso la rievocazione della purezza di immagine che ha segnato il ruolo diversi secoli fa. Ma non c’è mai riuscita per i troppi interessi in gioco, e per questo ha perso credibilità.

Questo ora è il compito della magistratura, del potere terzo per eccellenza, di chi fa dell’imparzialità, oggettività e terzietà i principi cardine della sua azione. Perché tutto ciò fonda la credibilità di un potere, la sua forza nel raccogliere le aspettative dell’opinione pubblica, la sua immagine di incorruttibilità rispetto a qualsiasi evento esterno. Perché proprio questa correlazione con ciò che arriva dall’esterno mette in pericolo il cattivo funzionamento di un organo terzo. In questo preciso momento storico c’è una crescente sfiducia verso il mondo della politica, un rifiuto ai tradizionali meccanismi che ha portato a credere in qualcosa che non esiste, in una parte della politica che addirittura mette in pericolo i capisaldi di uno Stato di diritto. È per questo che il bisogno di avere un potere immacolato come quello terzo della magistratura è ancora più sentito.

Il baluardo delle moderne democrazie è la legge, e questa non può essere alla mercé né della politica né degli organi imparziali, che invece rappresentano i garanti della stessa. L’unica garanzia per fermare l’avanzata di chi ritiene che si possa sconfinare oltre la legge è la legge stessa: la sua corretta applicazione è un limite invalicabile nello Stato di diritto, ma questa passa da chi è designato al ruolo fondamentale di guardiano della legge e della correttezza delle procedure.

Francesco Mazzocca

Laureato in Giurisprudenza, appassionato di calcio e di politica. Ha collaborato con Cronache della Campania, ha una passione viscerale per il giornalismo che lo ha portato a diventare giornalista pubblicista presso l'ODG della Campania.