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“The Lighthouse”: il bianco e nero funziona ancora oggi?

The Lighthouse è un film horror-thriller diretto da Robert Eggers (autore e ideatore di The Witch del 2015) ed è stato presentato al Festival di Cannes nel maggio del 2019. Candidato agli Oscar per la Miglior Fotografia, per molti è stato uno dei film più sottovalutati dell’ultima stagione dal panorama cinematografico mondiale. In Italia, purtroppo, il film è stato reso disponibile alla visione solo attraverso la formula dello streaming a pagamento a partire dal 12 maggio 2020. Vale dunque la pena recuperare questa pellicola? Scopriamolo insieme.

The Lighthouse è un film come pochi. Soprattutto se paragonato ai tempi contemporanei. Un bianco e nero che strizza l’occhio e prende fortemente spunto dal cinema dell’espressionismo tedesco, tipico degli anni ’30. Notevoli infatti sono i richiami a pellicole che hanno segnato il genere horror come Il gabinetto del Dottor Caligari e Nosferatu. L’atmosfera e il ritmo della narrazione, infatti, ricordano molto un cinema ormai andato, ma di sicuro non dimenticato.

Le luci e le ombre di Lighthouse, cosa funziona e cosa no

Partiamo dal punto forte di Lighthouse: il comparto tecnico. La fotografia (come poc’anzi detto, l’unica presa seriamente in considerazione dagli Academy con una nomination) eccelle grazie alle sue sfumature di grigio molto incisive e spettrali. Una scelta più che azzeccata per un finale che pone al centro dell’attenzione il conflitto tra la luce e le tenebre. Tra l’ordine e il caos, tra la conoscenza e la follia totale. Anche il comparto della colonna sonora non è da meno. Spesso invadente ma anch’essa del tutto in linea con la filosofia del film. Lodevole l’eco della sirena che con l’avanzare del film diviene sempre più evanescente, come una speranza che volge al termine.

Ciò che però non convince pienamente di Lighthouse è l’intento della sua storia. La messa in scena probabilmente non è ottimale, nonostante i personaggi della pellicola siano solo 2, sorretti da dei monumentali William Defoe e Robert Pattinson. Due personaggi all’opposto: il primo veterano di un faro, scorbutico e dedito a lasciarsi andare a monologhi teatrali; il secondo un giovane alle prime armi, abnegante nei confronti del proprio lavoro ma tentato dalla conoscenza e dal potere.

La fabula riecheggia fortemente la storia di Prometeo che rubò il sole agli dèi per donarlo agli esseri umani, andando incontro però a un doloroso epilogo. Stessa sorte patita anche da Icaro che pur di avvicinarsi al sole bruciò le sue ali e dal volo si ritrovò a terra. The Lighthouse è infatti un racconto verso l’alto, attraverso una scala a chiocciola ripetutamente inquadrata da Eggers, ma che presenta due facce: così come c’è la salita c’è anche la discesa. Dal desiderio si passa all’ossessione, dalla lucidità si passa alla follia. Queste le evoluzioni di due personaggi che da soli portano in spalla quasi 120’ di pellicola. Se le loro performance attoriali sono pressoché perfette, lo stesso non si può dire della loro scrittura.

Il film da una parte, lo spettatore da tutt’altra

Una scelta, quella di Eggers, di non far empatizzare lo spettatore con ciò che sta vedendo. Una linea che separa il pubblico dalla pellicola, nonostante Defoe e Pattison sfondino la quarta parete in una delle scene iniziali, quasi invitando il pubblico a percorrere il loro stesso cammino. Nonostante i conflitti, lo spettatore non si ritroverà mai a patteggiare per l’uno o per l’altro personaggio. Sarà altresì curioso di scoprire cosa si cela nella cabina più alta del faro, una luce che possa cancellare tutto il buio, ma che alla fine si rivelerà essere più nera delle tenebre stesse.

The Lighthouse è un film che o si odia o si ama. I pareri sono tutt’oggi ancora molto discordanti tra chi lo trova un gran manifesto espressionista del cinema contemporaneo e chi invece non è riuscito ad appassionarsi degnamente alla vicenda. Comprensibili entrambi gli atteggiamenti, perché come già detto è vero che Eggers compie un esercizio di stile come pochi oggigiorno siamo abituati a vedere, ma d’altro canto la storia sembri mancare del giusto ritmo, come se il film fosse stato pensato solo dal punto di vista tecnico e non scenico. La sensazione è che la pellicola sia stata realizzata senza pensare a cosa potesse provocare al pubblico, restando distaccata, fredda, a tratti purtroppo spenta.

Raffaele Cianni

Nato il 5/05/1994, da che se ne ricorda appassionato di scrittura. Si è laureato nel 2017 in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Salerno e attualmente laureando nel corso magistrale Corporate Communication & Media. Appassionato di cinema, serie televisive e videogiochi, sfrutta da sempre il suo rapporto di amore/odio con i social network per trasmettere le proprie opinioni in merito. Ha collaborato in passato con testate quali Libero Pensiero News, Hall of Series e Zerottonove. Da aprile 2020 fa parte della redazione di 081News.