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Libertà in FM nell’emozionante omaggio di Luciano Ligabue: “Radiofreccia”

Radiofreccia è un film del 1998 diretto da Luciano Ligabue, qui al suo esordio alla regia, e prodotto da Domenico Procacci. Gli interpreti principali sono Stefano Accorsi (Ivan Benassi, detto Freccia), Luciano Federico (Bruno Iori), Enrico Salimbeni (Tito), Roberto Zibetti (Boris) e Alessio Modica (Iena), affiancati da Francesco Guccini (Adolfo), Serena Grandi (madre di Freccia), Davide Tavernelli (Kingo), Cosima Coccheri (ragazza roinomane), Fulvio Farneti (Virus), Ottorino Ferrari (Pluto), Manuel Maggioli (Bonanza), Antonella Tambakiotis (Nadia), Cristina Moglia (Cristina) e Patrizia Piccinini (Marzia).  L’opera è ispirata ad alcuni racconti presenti nel primo libro pubblicato da Ligabue, Fuori e dentro il borgo, ed ha ottenuto un inaspettato successo al botteghino (un incasso che sfiora i 10 miliardi di vecchie lire) con un pubblico che lo accoglie con calore ed entusiasmo tanto al cinema quanto, sei mesi più tardi, in versione VHS.

Fra i riconoscimenti la pellicola vanta tre David di Donatello (miglior regista esordiente a Luciano Ligabue, miglior attore protagonista a Stefano Accorsi, miglior sonoro in presa diretta a Gaetano Carito), due Nastri d’argento (miglior regista esordiente e miglior canzone originale “Ho perso le parole” a Luciano Ligabue) e quattro Ciak d’oro (miglior opera prima e miglior colonna sonora a Luciano Ligabue, miglior attore protagonista a Stefano Accorsi, miglior film in videocassetta). Un importante riconoscimento a livello internazionale è arrivato inoltre nel 2006, quando il film viene proiettato in USA al MoMa, il Museo d’Arte Moderna di New York.

TRAMA È la notte del 20 giugno 1993. Bruno Iori, il deejay di Radiofreccia, all’alba del diciottesimo anniversario della fondazione della stessa, decide di chiuderla per un motivo che farà capire rievocando, prima di chiudere, gli anni passati, partendo proprio dagli episodi che portarono alla creazione di quella che un tempo era Radio Raptus. Il lungo flashback parte dal 1975, in una piccola ed imprecisata città del reggiano (assimilabile con Correggio, borgo natio di Ligabue). Il periodo è caratterizzato dalla fondazione di molte radio libere e così anche Bruno, ragazzo affascinato dalla musica, fonda la propria radio, battezzandola Raptus. Nella sua impresa Bruno è sostenuto dagli amici Iena, Tito, Boris, e soprattutto Ivan Benassi detto Freccia, assieme ai quali vedrà crescere sempre di più la sua radio, che però perderà la connotazione di libertà per diventare sempre più una realtà commerciale. Dopo la fondazione di Radio Raptus, la vita degli amici di Bruno, pur tra scherzi, scampagnate, serate al bar di Adolfo, si dimostra tutt’altro che facile. E la sorte peggiore toccherà a Freccia quando piomberà nel tunnel della tossicodipendenza prima di morire tragicamente di overdose. Da questo momento la radio verrà ribattezzata Radiofreccia in suo ricordo. Il flashback si conclude con Bruno che cita ancora una volta i suoi amici nelle loro vite attuali, incluso sé stesso, e chiude il racconto e la radio con un monologo registrato da Freccia agli albori di Radio Raptus.

ANALISI La giovinezza degli anni ’70 fra partite a calcio e riunioni al bar con gli amici, il desiderio di riscatto da una realtà paesana in bilico fra noia e supplizio, le disillusioni che possono condurre ad una fine tragica o a riscoprire la serenità inizialmente ripudiata o negata. Tutto viene scandito attraverso il flashback reso suggestivo da riprese in panoramica e note memorabili trasmesse in FM. L’amicizia consolidata in brevi istanti di libertà aiuta ad esorcizzare le amarezze di una realtà triste. L’azione scorre veloce e l’attenzione si concentra sul delineare i caratteri dei protagonisti: qualcuno “ha un buco dentro” e nella deviata ricerca di riscatto alla fine sprofonderà in un tunnel senza uscita (Ivan), quello tranquillo che si lascia affascinare dalle radio libere prima di trovare una normalità già predetta (Bruno), il capellone segnato da una tragica vicenda familiare che alla fine trova un po’ di serenità (Tito), l’egocentrico che giudica, tradisce e si fa odiare dagli amici ai quali alla fine dimostra di essere legato (Boris) ed il timido introverso che dopo aver incassato fregature alla fine trova anche lui serenità (Iena). Il dramma nella seconda parte della trama cede il posto alla tragedia quando affronta temi forti, tristemente ancora attuali: la violenza in famiglia e la tossicodipendenza. Realisticamente convincente è la prova offerta da un bravissimo Accorsi nel delineare il tunnel in cui piomba il suo personaggio e la scalata verso una difficile riabilitazione temporanea. La triste fine che lo coglie dopo l’ultima cocente delusione amorosa è una sconfitta per chi ha sofferto, si è lasciato deviare nella ricerca di un riscatto, ma che in fondo voleva solo essere amato e compreso in una realtà spietata. E la chiusura della radio a lui dedicata è una protesta contro chi punta più al successo commerciale dimenticando la libertà di espressione che può ottenere la passione di una voce nel microfono sostenuta da musiche indimenticabili.

“Io credo che fare il regista sia una cosa molto lontana dalla mia natura. La musica è un’esperienza più immediata. Il cinema ha a che fare con i filtri, con la progettazione, e quelli non sono i miei modi. Però ho sentito che era un’offerta che non potevo rifiutare. Volevo raccontare una storia, volevo immortalare un mondo e ricordare i miei quindici anni, e quello era il modo migliore di farlo.” (Luciano Ligabue)

MUSICA, PAGINE E CELLULOIDE Come lo stesso cantautore e regista dice, la musica ha un ruolo primario nel film. Chi ha nel cuore il periodo musicale a cavallo fra i ’70 e ’90 non può che emozionarsi a risentire citazioni di brani trasmessi dalle radio libere e ascoltate in macchina da soli o in compagnia: David Bowie (Rebel Rebel), Iggy Pop (The Passenger), Doobie Brothers (Train Running), Lou Reed (Vicious), Al Stewart (Year of the Cat) e via dicendo. Ma assieme ai pezzi famosi, Ligabue inserisce canzoni composte appositamente per la pellicola, fra cui degli inediti in cui, parole sue, per la prima volta arrischia assoli alla chitarra. Il film è tratto dalla raccolta di racconti, scritta dallo stesso Ligabue e pubblicato il 13 maggio 1997, Fuori e dentro il borgo. Per la precisione, la sceneggiatura si ispira a due di questi racconti, Il girotondo di Freccia e Radio Fu, quest’ultimo dedicato alle esperienze giovanili dell’autore nelle emittenti locali “Radio King” e “Centro Radio Correggio” (poi divenuta “Radio Attiva”).

Ligabue e Antonio Leotti riscrivono a quattro mani la sceneggiatura ed inseriscono altri personaggi assenti nel libro, oltre a marcare alcune differenze con questo (la voglia da cui Freccia prende il soprannome è sulla tempia nel libro; lo stesso personaggio nel libro ha un fratello minore, guida una Renault 4 invece di un Maggiolino e poco prima di morire ruba una De Tomaso Pantera). L’idea di partenza è quella di costruire un film che a spirale ricada sempre sul personaggio centrale, Freccia, ma già dalle battute iniziali, con la cinepresa che parte dai dintorni del borgo, vi entra dentro, sale su una scala a chiocciola e poi intorno a Bruno, si nota come questa visione circolare si estenda in tutto il prosieguo del film. La scelta del cast all’inizio verteva su attori non professionisti, ma quando si rende conto che già l’esordio alla regia è un gravoso impegno, Liga decide di non rischiare troppo e ricorre a dei professionisti creando un mix, che alla fine risulta più che perfetto, di giovani talenti in erba e di interpreti già affermati.

MUSICA, PAROLE, LIBERTÀ Fino al 1974 in Italia i privati non potevano aprire una stazione radio in quanto la legge riservava allo Stato l’esercizio esclusivo della radiodiffusione circolare. Se si escludono, dopo il regime fascista, le emittenti private Radio Sardegna (1943-1952) e Radio Ferrara (durata pochi mesi nel 1946), si ascoltava la radio (Radio Rai) e si guardava la televisione (Rai TV) pubbliche e solo nel Nord Italia potevano essere ricevute in FM tre emittenti estere che trasmettevano in lingua italiana: Radio Capodistria, Radio Monte Carlo e Radio Svizzera Italiana. Nel 1974 la Corte Costituzionale concede ai privati la facoltà di trasmettere via cavo in ambito locale, pur rimanendo interdetta la trasmissione via etere. In seguito, avvertendo che i tempi stavano cambiando, furono aperte in alcune città italiane radio private che trasmettevano via etere. Pur disponendo di apparecchiature in grado di ricevere sia la modulazione di ampiezza (AM) che la modulazione di frequenza (FM), le radio private sfruttarono le potenzialità offerte da quest’ultima. Quello che era il punto debole dell’FM, ossia la limitata ampiezza geografica del segnale, che non poteva coprire un’intera provincia, diventò il punto di forza delle radio libere.

Furono creati programmi (target) indirizzati a pubblici facilmente individuabili. Altri due punti di forza dei privati furono la possibilità di utilizzare tecnologie nuove, come la stereofonia (in questo precedettero la Rai), e l’interattività con gli ascoltatori che venivano coinvolti direttamente grazie alla possibilità di telefonare nel corso dei programmi fornendo opinioni e commenti, oppure permettendo di scegliere brani musicali di loro gradimento. Così nacquero i palinsesti dedicati a fasce di utenza ben precise e affrontando tematiche di argomento musicale (rock, italiana, folklore locale ecc.) o sociali (politica in primis). Alle ore 11,00 a.m. del 23 novembre 1974 dai colli dell’Osservanza di Bologna iniziarono le trasmissioni di Radio Bologna per l’accesso pubblico ideata dalla Cooperativa Lavoratori Informazione. Nata da un’idea di Roberto e Rino Faenza, l’emittente, un’autentica pioniera delle radio libere, trasmise per otto giorni interviste, discorsi e musica (tutte le radio private occuparono frequenze superiori ai 100 MHz, battendo di fatto la Rai).

Meno di un mese dopo, in dicembre, Radio Parma avviò le sue trasmissioni sperimentali e, dal 1o gennaio 1975, iniziò i programmi regolari sulla frequenza 102 MHz. Tutt’oggi è ritenuta la radio privata che trasmette continuativamente da più anni. Altre emittenti storiche sono la prima radio libera milanese, Radio Milano International che dal 10 marzo 1975 si posizionò sui 101 MHz e tutt’oggi è l’11a radio italiana più seguita. Con la sentenza della Corte Costituzionale n 202 del 28 luglio 1976 viene liberalizzata la trasmissione via etere in ambito locale per le radio libere che ebbero così copertura legale e poterono moltiplicarsi su tutto il territorio nazionale. Per quanto riguarda Napoli, è da segnalare Radio Kiss Kiss che dal settembre 1976 tutt’oggi trasmette come la 7a radio nazionale più ascoltata. Ma soprattutto da ricordare per il suo spirito di libertà e per l’impegno contro la criminalità organizzata della sua città – due virtù pagate a caro prezzo ma che mai saranno dimenticate – è la siciliana Radio Aut, fondata nel 1977 a Terrasini, in provincia di Palermo, da Peppino Impastato e chiusa nel 1978 qualche mese dopo la morte del suo creatore, assassinato dalla mafia la notte dell’8-9 maggio.

QUALCOSA IN CUI CREDERE Inizialmente fu ritenuto una moda temporanea, il fenomeno delle radio libere ha poi dimostrato col tempo di poter competere qualitativamente con le emittenti pubbliche, tanto da potersi ritenere un’evoluzione del modo di concepire la radiofonia in Italia. La creazione di reti interconnesse (network) ha permesso di superare l’iniziale limitazione territoriale ed in pochi anni l’emittenza radiofonica privata si è imposta come principale fucina di idee e di professionisti come disc jokey (cantautori come Vasco Rossi e Jovanotti iniziarono così) e tecnici, con capacità professionali sempre maggiori. La concorrenza fra emittenti libere e pubbliche ha giovato anche alla Rai, spingendola a puntare su trasmissioni innovative e mirate che difficilmente avrebbero preso vita senza lo stimolo dei concorrenti.

[…] Oggi ho avuto una discussione con un mio amico; lui… lui è uno di quelli bravi, bravi a credere a quello che gli dicono di credere. Lui dice che se uno non crede in certe cose non crede in niente. Be’ non è vero… anch’io credo… Credo nelle rovesciate di Bonimba e nei riff di Keith Richards. Credo al doppio suono di campanello del padrone di casa che vuole l’affitto ogni primo del mese. Credo che ognuno di noi si meriterebbe di avere una madre e un padre che siano decenti con lui almeno finché non si sta in piedi. Credo che un’Inter come quella di Corso, Mazzola e Suarez non ci sarà mai più, ma non è detto che non ce ne saranno altre belle in maniera diversa. Credo che non sia tutto qua, però prima di credere in qualcos’altro bisogna fare i conti con quello che c’è qua, e allora mi sa che crederò prima o poi in qualche Dio. Credo che se mai avrò una famiglia sarà da tirare avanti con trecento mila al mese, però credo anche che se non leccherò culi come fa il mio caporeparto difficilmente cambieranno le cose. Credo che c’ho un buco grosso dentro, ma anche che il rock n’roll, qualche amichetta, il calcio, qualche soddisfazione sul lavoro, le stronzate con gli amici ogni tanto questo buco me lo riempiono. Credo che la voglia di scappare da un paese con ventimila abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso, e credo che da te non ci scappi neanche se sei Eddy Merckx.” (monologo di Freccia)

Nella sua prima prova da regista, Luciano Ligabue, grazie ad interpretazioni convincenti, riprese suggestive e, ovviamente, canzoni emozionanti, offre non solo un bellissimo omaggio alla sua terra natale ed una critica sottilmente velata al degrado della radio libere in meri realtà commerciali votate al business.

La tormentata storia di amicizia forgiata dalla passione per la musica che aiuta ad affrontare le difficoltà di una spietata realtà non può non emozionare chi ha davvero compreso una grande lezione offerta da un ventennio (’70-‘90) vissuto nell’adolescenza o scoperto in età successive da menti non ancora aride: la realtà non è mai facile, tutto inizia e prima o poi finisce, ma se hai qualcosa in cui credere, anche un piccolo e breve istante di libertà con gli amici, sei libero di vivere per ciò in cui credi e nessuno ti può giudicare.

DRAMMA CHE EMOZIONA.

Vittorio Paolino Pasciari

Classe '86, nolano DOC. Laureato in Lettere Classiche, appassionato di cinema, letteratura e teatro.