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“Parasite”: fra commedia e dramma, la denuncia sociale di Bong Joon-ho

Bong Joon-ho non è un nome nuovo per chi mastica un po’ di cinema orientale. Sdoganato in Occidente nel 2013 grazie a Snowpiercer (il suo primo film in lingua inglese) e poi successivamente nel 2017 con Okja (distribuito da Netflix), il regista di Taegu è stato definitivamente consacrato a Cannes con la Palma d’oro per il suo ultimo lavoro, Parasite, il primo film sudcoreano ad aggiudicarsi il prestigioso premio.

TRAMA Una famiglia di scaltri e temibili truffaldini riesce a insinuarsi, un elemento alla volta, nella villa da sogno della ricchissima famiglia Park, facendosi assumere per i più svariati impieghi (insegnante di inglese, arte-terapista, chauffeur, governante) grazie a referenze fasulle e documenti falsificati. Ma, quando il raggiro sembra completo, qualcosa, nascosto giù nelle segrete della magione, scompiglierà tutte le carte in tavola.

Diversamente da quanto potrebbe far pensare il titolo, Parasite non è una storia di possessione da parte di qualche inquietante creatura aliena, ma un dramma tutto umano. Il che non vuol dire meno terrorizzante. Anzi, zaffate di black humor a parte (e ce ne sono tante), l’angosciosa inquietudine che si respira in certi momenti del film sembra uscire direttamente da una pellicola di Haneke o di Lanthimos.

Il regista sudcoreano porta sul grande schermo uno dei problemi sociali più grossi della Corea del Sud (ma anche del resto del mondo), ossia la brutale disuguaglianza di classe e, soprattutto, l’impossibilità dei ceti bassi di sottrarsi alla loro condizione di disagio risalendo la scala sociale. Perché una volta che il puzzo dei bassifondi ti si è attaccato addosso, non ti lascia più. Fa parte di te per sempre. Come un marchio, una seconda pelle. Puoi strofinare quanto vuoi, quell’odore non andrà più via. Ne sa qualcosa il capofamiglia Ki-taek (interpretato dal talentuosissimo Kang-ho Song, l’attore sudcoreano del momento) che farà di tutto per liberarsene, ma ogni tentativo sarà vano. E, di fronte all’ennesima smorfia di disgusto del padrone che non apprezza l’odore che i servi si portano appresso, quello “strano odore che hanno anche quelli che vanno in metropolitana”, scatenerà tutta la frustrazione repressa in un impeto di violenza che lo condannerà ancora di più all’emarginazione e all’isolamento totali.

Come i più grandi narratori, Bong Joon-ho non spiega, ma mostra. La disuguaglianza sociale trapela innanzitutto dalle dimore delle due famiglie, e poi, zoomando ancora, dalle finestre delle stesse: da un lato quella enorme, ariosa, splendida che dà sul verde del magnifico giardino privato della famiglia Park, luogo di lussuosi party e giochi esclusivi per nobili rampolli; dall’altro, l’orrenda finestrella-feritoia dei Kim che affaccia sul fango del vicolo dove un ubriacone ostinato continua a orinare e da cui entrano i veleni della disinfestazione e le acque scure delle alluvioni.

La disuguaglianza economica fra i Park e i Kim è abissale, coi primi che quasi si perdono nell’immensità della loro villa, e i secondi che devono contorcersi per andare in bagno e girovagare per le poche squallide stanze sperando di scroccare da qualche vicino incauto una connessione Wi-Fi priva di password. Al figlio dei Park che dorme beato nella tenda indiana fatta arrivare dagli Stati Uniti (simbolo del capitalismo) fa da contraltare l’immagine di Kim Ki-jung rannicchiata sulla tazza che vomita acqua sporca e merda. Ma la lotta di classe è più complessa di quel che sembra, perché esiste un livello ulteriore, ancora più in basso di quello dei Kim, ancora più nascosto, i parassiti dei parassiti, ed è quello dei rifugi antiatomici costruiti nei sotterranei, dove vivono i disperati, talpe umane che non vedono mai la luce, uomini che hanno perso tutto, braccati dai debitori, come il marito della ex governante rinchiuso da ben quattro anni nel bunker segreto di casa Park. Questi, a ben vedere, nemmeno ce l’hanno una finestra.

Una storia di servi e padroni in cui la suddivisione non è più progressiva o orizzontale come in Snowpiercer, ma si struttura adesso più iconicamente in verticale, coi ricchi sopra, i poveri in basso e i reietti ancora più giù.  Attico, seminterrato e bunker. Sempre meno aria, sempre meno luce. Sempre più sotto terra.

L’elegante regia di Bong Joon-ho si mette al servizio della narrazione rispecchiando l’ordine gerarchico dei personaggi, coi poveri che stanno sempre in basso, sotto qualcosa, il letto, il tavolo, mentre i ricchi, di sopra, rimangono stesi beatamente o fanno l’amore. Il punto di vista dei Kim è quasi sempre dal basso, di modo che essi levino sempre lo sguardo in alto. Senza mai arrivarci. Nonostante l’abilità straordinaria di tutti i componenti della famiglia, una squadra coordinata, implacabile, lucidamente mirata all’obiettivo. Perfino spietata, perché consapevole che i ricchi “sono gentili solo perché sono ricchi”. Il messaggio sotteso è limpido: una volta toccato il fondo, si resta sul fondo. Non c’è possibilità di risalita. Anzi, al limite si sprofonda ancora, letteralmente al di sotto del livello della terra, dentro ai bunker, come succede a Ki-taek.

Parasite offre una lucida e spietata lettura del suo tempo, del nostro tempo, caratterizzato da divari e fratture sociali insanabili, senza meritocrazia di sorta, come dimostra il caso di Kim Ki-woo, il figlio maschio dei Kim, riconosciuto come geniale, eppure condannato all’anonimato (come del resto la sorella che non ha i soldi per completare gli studi) o, all’opposto, il caso della tanto ricca quanto ingenua e sprovveduta signora Park.

Un film feroce, divertente, clamoroso. Terribile e meraviglioso insieme. Disperante nel finale. La sola scena delle capocciate sull’interruttore vale il prezzo del biglietto. Che aspettate? Correte a vederlo.

Felice Sangermano

Classe 1986, appassionato di cinema e letteratura. Freelance blogger e scrittore. Autore preferito: Louis-Ferdinand Cèline. "Sono un po' più allegro di lui però" dice lui.