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“Occhi senza volto”: un horror straniante, capolavoro del realismo fantastico

Il 1960 rappresenta un annus mirabilis per la cinematografia dell’orrore. Il genere ridefinisce sé stesso attraverso titoli della portata di Psyco (Alfred Hitchcock), L’uomo che uccide (Michael Powell) e La maschera del demonio (Mario Bava). Il regista francese Georges Franju non vuole essere da meno, girando una pellicola altrettanto fondamentale per lo sviluppo dell’horror moderno e che ha lasciato strascichi profondi nell’immaginario non solo della sua epoca, ma anche di quelle a venire, arrivando a ispirare opere di recente fattura come gli ottimi Martyrs e La pelle che abito. Stiamo parlando di Occhi senza volto (Les Yeux sans visage), opera tratta dall’omonimo romanzo di Jean Redon.

LA TRAMA La giovane Christiane (Édith Scob), orribilmente sfigurata in seguito a un incidente automobilistico, è costretta a indossare una maschera che ne lascia intravedere solo gli occhi, l’unica parte del viso rimasta intatta. Il padre, il dottor Génessier (Pierre Brasseur), tormentato dal senso di colpa (è lui che ha provocato l’incidente con la sua guida spericolata), tenta in tutti i modi di ridare un volto alla figlia sottraendolo a povere malcapitate. Con la complicità della fedele assistente Louise (Alida Valli), il medico attira nella sua villa della periferia parigina giovani donne con colori e tratti somatici simili a quelli di Christiane e, dopo averle narcotizzate, cerca di impiantarne la pelle sul volto della figlia. Ma nessuno dei vari esperimenti sembra andare a buon fine. Intanto la polizia comincia a indagare sulle misteriose sparizioni delle fanciulle…

Occhi senza volto inaugura un nuovo modo di intendere e di narrare l’orrore. E, come spesso accade alle opere troppo avanti rispetto al loro tempo, il film non fu acclamato al debutto, venendo ritenuto estremamente violento e scandaloso. La sua proiezione al festival di Edimburgo del 1960 causò svenimenti fra il pubblico e la critica cinematografica Isabel Quigly arrivò a definirlo il film più malato che avesse mai visto. Eppure è proprio per quella sua maniera esplicita e dettagliata di mostrare particolari forti (la scena dell’operazione chirurgica su tutte) che il film si dimostra anticipatorio delle moderne tendenze stilistiche del genere. Bisognerà aspettare a lungo, infatti, prima che il valore dell’opera di Franju venga riconosciuto: è solo a partire dagli anni Ottanta che Occhi senza volto comincia a essere rivalutato e oggi il film viene a buon diritto considerato uno dei migliori horror mai realizzati. Un riconoscimento arrivato tardi. Ma tardi è sempre meglio che mai.

È grazie soprattutto a questo film che Franju si guadagna la fama di maestro del realismo fantastico, per la sua strabiliante capacità di mescolare fantasia e realtà. Il genere horror viene spogliato di tutto il suo tipico armamentario soprannaturale (vampiri, lupi mannari, castelli infestati): l’orrore si trova nell’ordinario, non c’è bisogno di far appello a creature mostruose. L’uomo, da solo, basta e avanza. Franju conduce la narrazione con taglio realistico, documentando in maniera scientifica il decorso delle deturpazioni del viso di Christiane e scandalizzando gli spettatori nella famosa scena dell’operazione chirurgica (la derivazione documentaristica del regista si fa sentire). Eppure l’intera pellicola è immersa in una costante atmosfera surreale da incubo che agisce a livello subliminale nello spettatore restituendo un perenne stato angoscioso di sospensione. Ed è questa commistione fra l’elemento surreale e quello realistico che rappresenta l’impronta più forte del film, quella che rimane addosso dopo la visione.

Franju distorce la realtà attraverso una serie di espedienti che ingenerano un disorientamento inconscio nello spettatore. Contrasti che creano un’atmosfera straniante, sbilenca. Da fiaba nera. Spazio e tempo appaiono dilatati. Consideriamo la spettrale villa Génessier, luogo di indicibili orrori: essa ci appare enorme ma allo stesso tempo claustrofobica, perché interamente permeata dall’abbaiare — sempre udibile, ovunque i personaggi si trovino— dei cani su cui il medico, redivivo Pavlov, conduce le sue crudeli vivisezioni. Ingabbiati nelle tenebre del sotterraneo, i loro latrati si propagano nella villa degli orrori accompagnandoci per tutto il film, contrappunto sinistro e agghiacciante ai misfatti dello scienziato pazzoide. A dimostrazione di un geniale uso del sonoro che diventa elemento stilistico generatore di significati. Un’atmosfera inquietante, cui contribuisce anche l’evocativo valzer di Maurice Jarre, spensierato anche in contesti da incubo (e per questo ancora più straniante), tema ricorrente nel corso della pellicola, e la fotografia di Eugen Schüfftan, un bianco e nero pieno di ombre e contrasti, preso in prestito dal noir e dall’espressionismo tedesco.

Sulla stessa scia la magistrale caratterizzazione dei personaggi, che non risulta mai piatta o univoca. L’aberrazione di Génessier, certamente perseguitato dai sensi di colpa, ma allo stesso tempo così preso dalla sua volontà di onnipotenza da non provare grossi scrupoli nel deturpare e assassinare giovani fanciulle innocenti. Sebbene non manchi del tutto di umanità (in realtà vorrebbe lasciare in vita le fanciulle rapite), è comunque il personaggio della pellicola più freddo e indifferente all’oscenità. Emblema di come le più bieche efferatezze possano strisciare fuori dalle pieghe di sentimenti insospettabili come l’amore paterno (ed anzi essere compiute in nome di esso). Maggiormente ondivaghe le due donne. In particolare l’ambivalente Christiane, fragile e eterea, ma inquietante nella sua passiva connivenza. Perennemente in bilico fra senso di colpa e prospettive di rinascita, fra istinto vitale e resa alla morte. Dimostrazione efficace di come la mostruosità possa far capolino anche in chi sembra possedere un animo buono. A differenza del padre, però, la giovane combatterà il maligno che le si agita dentro. Un personaggio tormentato, il volto nascosto da un’inquietante maschera bianca (“Il mio volto mi fa paura, la maschera mi fa ancora più terrore”) che ne riproduce i lineamenti, ma li imprigiona in una fissità inquietante da manichino. Fissità squarciata solo dagli occhi (da cui il titolo), tristi e strazianti, gli unici “vivi” su quel volto di gesso. Ennesimo (meraviglioso) contrasto significante.

Straordinario il finale, catartico e liberatorio nella sua violenza, con Christiane che pugnala a morte Louise, apre le gabbie degli animali imprigionati nei sotterranei e si mette a vagare senza meta nella notte circondata da candide colombe, mentre i cani da lei liberati sbranano con gran gusto il dottore, loro aguzzino (dilaniandone in particolare, guarda caso, il volto), liberandola finalmente dalla opprimente volontà di dominio genitoriale. Un epilogo aperto: Marianne avrà infine accettato la sua deturpazione? Oppure scomparirà definitivamente nella notte del bosco cedendo infine a quel desiderio suicidario già precedentemente manifestato?

Occhi senza volto spaventa e disgusta come ci si aspetta da un horror, ma ciò che lo pone a un livello superiore è da un lato l’elemento stilistico — la regia di Franju è sopraffina, il linguaggio estetico elegante, la fotografia suggestiva — e dall’altro l’elemento psicologico, quello spingersi oltre e addentrarsi nei meandri più scomodi della psiche, sollevando interrogativi etici: dove comincia il peccato e dove finisce l’alibi dell’amore? Come giudicare l’ambivalenza di Christiane? E la fedeltà sottomessa di Louise?

Una storia tragica descritta con duro realismo, ma (grazie soprattutto a Christiane, personaggio molto più sviluppato che nel libro) anche soffusa di lirismo e poetico romanticismo.

Un gioiello dell’orrore, pietra miliare del cinema francese, da vedere e rivedere. Straordinariamente futuristico per la sua epoca. Disturbante. Ossessivo. Imprescindibile per chi ama il cinema.

Felice Sangermano

32 anni, appassionato di cinema e letteratura. Freelance blogger e scrittore. Autore preferito: Louis-Ferdinand Cèline. Sono un po' più allegro di lui però.