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Nola, associazione culturale scrive al sindaco: “Nola ritorni centro culturale dell’intero territorio”

Riceviamo una lettera da parte di una nostra lettrice di Nola, Maria Pia Napolitano, responsabile dell’associazione culturale La Festa dei Folli, indirizzata direttamente al sindaco Gaetano Minieri:

Gentilissimo sindaco, la notizia delle sue dimissioni mi hanno dato l’occasione di esprimere quanto già sentivo da tempo ma che il turbinio della vita frenetica e l’andamento delle modalità comportamentali di meccanismi ormai molto strutturati e consolidati, mi avevano spinta a desistere, soprassedere. Ora, dopo il lungo, inaspettato e, per me, fruttuoso periodo di lockdown , ecco che le scrivo. Fruttuoso lockdown perché ho avuto modo di pensare, rivedere con distacco e tranquillità la realtà che vivevo e, per certi versi, subivo. Nei sessanta giorni e passa di clausura, ho partecipato e mi sono confrontata, attraverso i social e le piattaforme digitali, con tante realtà: persone, attrici e attori, professionisti del mondo della cultura e dello spettacolo dal vivo, in mobilitazione per la chiusura forzosa e la mancanza di risposte giuste, adeguate e concrete da parte del governo e del ministro dei beni culturali.

In questa situazione della vita ho trovato momenti di riposo, di soddisfazione e anche di piacere, analizzando, confrontando, “giudicando” le difficoltà che consideravo insormontabili e gravose in modo molto più lieve e accettabile. Ça va sans dire, ho riletto, esaminato e ricontestualizzato le attività della Associazione culturale “la festa dei folli” a Nola e nel Nolano. Mi sono venute in mente, le prime parole del suo programma: “È tempo di far ripartire Nola, la nostra città deve riappropriarsi del suo ruolo di protagonista dell’intera area e della regione. Investire in cultura, creare economia. Sicché, mi chiedo e le chiedo: erano vere? erano sentite? Mi fece, naturalmente, molto piacere che come suo primario progetto fosse stato quello di “investire in cultura”.

Ebbene, ho atteso, in questi mesi, un qualsiasi progetto, una idea, bella, travolgente, innovativa rispetto alla cultura, perché penso, voglio credere, che quando ha coniugato cultura ed economia non l’abbia fatto a caso. Perché di cultura si mangia, eccome. E, invece, le aspettative sono state disattese: non ci vogliono grossi budget per progetti validi e concreti. In quasi venti anni di vita dell’Associazione non ho mai visto una ferma e valida volontà di rilanciare le sorti e la qualità della vita dei cittadini di Nola con la cultura come volano di crescita anche economica. Eppure, abbiamo tanto, tantissimo di quel “materiale”, che c’è solo l’imbarazzo della scelta da cui partire. 

Purtroppo, da sempre, ho riscontrato che l’assessorato alla cultura è quello più bistrattato, meno appetibile. Infatti, ho incontrato impiegati, geometri, architetti, avvocati, che stavano lì per interposta persona o per una scelta di ripiego. Forse, mi sbaglio, ma credo che non possiamo essere bravi, giusti per tutte le occasioni e stagioni e conoscitori di tutto e di ogni. Certo, ci sono le passioni, ma sono e restano passioni. Non professioni, né competenze. Figuriamoci, poi, tutti attori e registi. Non ci si laurea all’accademia del DVD o VHS con la visione delle opere di Eduardo. 

Si rimane appassionati e, al limite, si entra nel mare magnum delle amatoriali. Ma si resta impiegato, avvocato, medico, insegnante etc. etc. Senza avere la pretesa di fare formazione, tanto meno mattinate per le scuole. Perché un’attrice, un attore in un momento di “riposo” non pensa, pur di sbarcare il lunario, di poter fare l’insegnante o l’impiegato. Mi piacerebbe un mondo di professionisti e competenti dove chi è avvocato si impegna e si specializza sempre di più per migliorare la propria professione meno che mai possa pensare di progettare case: tanto che ci vuole a “fare un disegno!”, così un architetto non possa pensare di fare il gioielliere. È sempre una questione culturale, quindi di civiltà. 

Sono quasi vent’anni che r-esistiamo come presidio culturale con una forte e peculiare identità, portatori sani e produttori di beni immateriali, affrontando, come poche se non l’unica associazione, i costi dei fitti, delle utenze, dell’organizzazione e della programmazione, creando bellezza. Mal ce ne in colse, attirando invidie, gelosie e, nella miglior delle ipotesi, brutte, sciatte e grigie imitazioni. La qualità delle nostre attività, il nostro modus operandi, la modalità con la quale organizziamo, si discostano dalla pratica di uso comune alla maggior parte degli sporadici eventi organizzati a Nola.

Inoltre, ogni nostra iniziativa si muove nella piena e massima trasparenza. In una cittadina dove diritti e riconoscimenti sono considerati merce e, quindi, elargiti, concessi a piacere e a discrezione. Non conosciamo nessuno, ma tutti quelli che conosciamo – e cerchiamo di allargare, ampliare i nostri contatti – abbiamo piacere che partecipino alle nostre manifestazioni, alle nostre buone pratiche, per il nostro essere partigiani, militanti attivi di una cultura di qualità, fatta da professionisti competenti, affatto consolatoria, per stimolare, provocare, far conoscere, osteggiando la società dell’immagine dove non c’è più niente di autentico, dove la forma vale più del contenuto e tutto deve apparire, rifiutando il successo a ogni costo come pedine del gioco della produttività da perfetti consumatori di falsi bisogni.

Abbiamo più volte tentato di creare la cosiddetta Rete, abbiamo sempre coinvolto altri enti, altre realtà nel convincimento che l’unione, la collaborazione, l’essere solidali possa essere momento di crescita, di confronto, di arricchimento per noi e, soprattutto, per i cittadini partecipanti. Invece, abbiamo sempre trovato una rigida e chiusa autoreferenzialità, una mal celata competizione spinta, una finta compartecipazione se non per carpire e conoscere il nostro modo di essere e di fare, un maldestro tentativo di strumentalizzarci, usarci: homo homini lupus. In quasi vent’anni ne abbiamo viste e subite. Abbiamo continuato, con la nostra modalità, ostinatamente a esserci, anche se minoritari ed emarginati, nonostante i ripetuti tentativi di ablazione, dando tutto il valore e  lo spazio solo al nostro progetto e alla programmazione, persistendo a lavorare e a impegnarci secondo nostra prerogativa: silenti, da invisibili, senza msi scadere nella retorica pietistica e lamentosa, nè tantomeno arrogante o ricattatoria. Anzi, ci siamo defilati, autoesclusi, non condividendo meccanismi più che sicuri e duraturi.

Testardaggicamente insistiamo con forza a impegnarci e continuare a lavorare a Nola quando sarebbe terribilmente più facile, agevole e meno faticoso, andare via. Ci siamo chiesti qual era il nostro ruolo, dal momento che la nostra presenza veniva percepita come non necessaria, essenziale. Per fortuna la risposta ce l’hanno data i bambini, i ragazzi, le persone che hanno con piacere frequentato e partecipato alle nostre attività. Ci siamo chiesti: come far comprendere le ragioni profonde del nostro lavoro che è, allo stesso tempo, una vocazione e una professione? Come far comprendere che la cultura migliora la vita e misura il progresso civile di un popolo?

Ora, però, quest’occasione non la deve e non la possiamo perdere. L’emergenza sanitaria, pur nella tragedia, ci dà, ci deve dare una grande opportunità: poter iniziare ad avviare un percorso di riforma strutturale delle cose che non funzionavano, che non ci piacevano nel periodo pre-Covid. Dobbiamo avere la forza di cominciare a prefigurare nuove forme, partire con nuovi approcci, modalità di comportamento. Bisogna pensare a una nuova ecologia, a nuove architetture sociali e solidali. Per uscire dalle logiche ingannevoli e deleterie del risultato e del profitto, dei numeri. 

Nulla dovrebbe essere più come prima! Altrimenti, la pausa che necessariamente abbiamo dovuto vivere sarà stata inutile. Ci aspettano mesi di crisi, anche e soprattutto economica, in cui le esigenze e le priorità vitali sono state stravolte. Chissà se e quando potremmo ritornare a stare insieme, ad abbracciarci, a condurre una vita senza paura del contagio. Ora,più che mai, c’è bisogno di cultura, di molta cultura. Diamo vita qui a Nola, in controtendenza assoluta, a un processo di rigenerazione culturale ontologicamente diverso, maturato dallo status contingente, un processo che inneschi processi educativi e formativi, crei un reale empowerment collettivo, risvegli una fiorente e dinamica cittadinanza attiva, superi definitivamente lo schema di una geometria euclidea in un’ottica postfordista, modifichi una realtà appiattente, dia vita e sia capace di fronteggiare i previsti “danni” psicologici da quarantena, restituisca un rinnovato obiettivo di coesione sociale in una riorganizzata concezione della Città.

La parola “crisi” viene dal greco “krísis” e indica “scelta”, “decisione”. Se riflettiamo sull’etimologia della parola, possiamo coglierne una sfumatura positiva, in quanto ogni momento di crisi, cioè di riflessione e valutazione, può trasformarsi in una opportunità e in un presupposto per un miglioramento e una rinascita. Possiamo farcela, dobbiamo farcela.