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“Noi”: l’horror politico di Jordan Peele non fa sconti a nessuno

Dopo un esordio col botto (l’ottimo Get Out, 2017) che lo aveva portato sulle bocche di tutti, Jordan Peele torna negli ultimi giorni in sala con un nuovo film, Us (NOI), horror politico che riprende e sviluppa in maniera convincente il discorso iniziato nel primo lungometraggio.

TRAMA  La piccola Adelaide rimane scioccata dopo aver incontrato il suo doppelgänger (termine tedesco che indica il doppio di una persona, spesso con una connotazione maligna), ma grazie alla psicoterapia riesce a superare il trauma e diventa un’adulta sana e realizzata. Tornata sui luoghi dell’incidente in occasione di una vacanza familiare, incontra di nuovo il suo doppio, Red, che le spiega la verità sull’esercito di doppelgänger che stanno sconvolgendo la nazione e di cui lei sembra essere a capo: frutto di un esperimento governativo fallito per controllare la popolazione americana, questi doppioni sono stati abbandonati nel sottosuolo per generazioni, condannati a scimmiottare le azioni delle loro controparti in superficie, fino a quando Red non ne ha organizzato la fuga a scopo di vendetta. Un colpo di scena nel finale mischierà le carte fra vittime e carnefici.

Jordan Peele gioca col tema del doppio, in un film di ribaltamenti che danno luogo a un discorso politico complesso. La chiave di lettura della pellicola è forse contenuta già nel titolo, quell’Us che in Italia è diventato Noi, perdendo così il riferimento agli United States. La seconda prova registica di Peele appare più profonda e ambiziosa della prima (e forse per questo anche meno immediata e entusiasmante). La questione razziale, predominante in Get Out, permane anche in Us (gli “amici bianchi” rimangono i più ricchi, coi neri che li invidiano e cercano di imitarli), ma non si parla più solo di questo, la prospettiva si allarga fino ad inglobare tutti gli Stati Uniti e il loro contraddittorio modello di vitache crea una disparità fra i piani alti (rappresentati dagli abitanti della superficie, bianchi o neri che siano) e le classi emarginate (i reietti del sottosuolo, l’esercito dei doppelgänger). Us è in sostanza la narrazione della ribellione di un popolo di ultimi contro un’America di privilegiati. Non solo un film sul razzismo quindi, ma sull’America in generale, sul lato oscuro della nazione nascosto dietro il perbenismo e il puritanesimo. Emblematica a tal proposito la scena in cui Adelaide, terrorizzata, chiede ai doppelgänger aguzzini: “Chi siete voi?”, e loro rispondono: “Siamo americani”.

Importante notare come la pellicola sia scevra da qualunque tipo di manicheismo. Nella visione di Peele nessuno risulta completamente puro o innocente: non lo sono gli abitanti della superficie, né i bianchi, nemmeno quando sembrano essere inconsapevoli delle ingiustizie in cui si crogiolano (l’inconsapevolezza è pur sempre una colpa e non li scagiona dall’essere complici di un sistema malato), né i neri, che, rinnegando le proprie radici identitarie, cercano di omologarsi al modello edonistico dell’America bianca (lo scimmiottamento sociale prende corpo specialmente nel personaggio di Gabe, il marito di Adelaide); innocenti non sono nemmeno gli abitanti del sottosuolo, i doppelgänger reietti che, proprio perché ghettizzati e sfruttati, hanno alimentato in loro un’indomabile sete di violenza e vendetta che li porta a distruggere tutto e tutti, senza distinzioni di sorta. Un film rappresentativo dell’America di oggi, sgretolata, smarrita, dove tutti sembrano avere torto (o ragione) allo stesso tempo.

In maniera certo un po’ furba, Us cela fino alla fine la vera identità di Adelaide. E quando si scopre che in realtà c’era stata una sostituzione fra l’originale Adelaide bambina e il suo doppelgänger (il che giustifica come mai Red fosse l’unica in grado di parlare), la prospettiva muta e cresce il senso di disorientamento dello spettatore rimasto privo di certezze e punti di riferimento. Chi sono i buoni e chi i cattivi? Cosa è giusto e cosa sbagliato? Il gioco di ribaltamento di Peele forse è un po’ telefonato, ma efficace.

Molto ricco il tessuto simbolico del film, a partire dalle forbici fornite in dotazione a ogni doppelgänger, rappresentazione della volontà di recidere il legame coi piani alti, le élite di fortunati che vivono in superficie; oppure i conigli bianchi, richiamo suggestivo alle atmosfere surreali dell’Alice di Lewis Carroll (e forse perfino ai Rabbits lynchiani). E quando Peele, in alcune delle sequenze più suggestive e inquietanti, ci mostra gli abitanti del sottosuolo che mimano fuori dal contesto appropriato le azioni delle “classi superiori elette”, l’impressione è quella che ne voglia svelare l’intrinseco non-sense. La stessa parabola dei protagonisti risulta pregna di significati: Adelaide, dapprima clone mal riuscito e per questo emarginato, e poi donna di successo, sembra lanciare il messaggio che qualunque outsider può realizzarsi se gli viene concessa una chance, perché sono le condizioni di vita a fare l’uomo e non il contrario (Adelaide, avendo condotto una vita normale e non nutrita dall’odio, risulta diversa dagli altri doppi, sostanzialmente “sana”), ma anche il monito che, una volta raggiunto il benessere e la sicurezza, vi si rimane inevitabilmente attaccati, dimenticando le proprie origini e i vecchi compagni più sfortunati; Red, invece, una volta bambina felice e perfettamente integrata, poi trovatasi a far parte delle masse sofferenti del sottosuolo, sottolinea come le disparità sociali alimentino il più delle volte sentimenti distruttivi come l’odio, l’invidia e la vendetta, anziché una legittima e costruttiva rivendicazione dei propri diritti. La “rivoluzione proletaria”, sembra dirci Peele, non si può condurre in maniera pacifica, ma passa inevitabilmente per un bagno di sangue che miete vittime innocenti. Come dicevamo prima, i confini tra i buoni e i cattivi sono quanto mai mobili e sfumati.

Un horror non privo d’ironia e suggestioni pop (le atrocità che avvengono sulle note di Good Vibration dei Beach Boys, la scena con le musiche di Fuck The Police dei N.W.A.), che raggiunge il climax nell’evocativa danza del combattimento finale. Non tutto in realtà appare coerente. Ci sono diverse incongruenze e ingenuità nella struttura narrativa e nella psicologia dei personaggi. Qualche pezzo del puzzle non si incastra bene. Ma forse non è così importante. Quel che è certo è che l’opera di Peele porta a segno nella sua denuncia.

Non lo si può più nascondere: il sogno americano è ormai collassato. Il film si chiude con l’immagine dei sanguinari doppelgänger che si tengono per mano formando una specie di muraglia che attraversa tutto il paese.

Felice Sangermano

32 anni, appassionato di cinema e letteratura. Freelance blogger e scrittore. Autore preferito: Louis-Ferdinand Cèline. Sono un po' più allegro di lui però.