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Movimento 5 Stelle tra crisi e rinnovamento: la nostra analisi

Il risultato elettorale conseguito del Movimento Cinque Stelle ha aperto una crisi interna, sfociata poi nella votazione per la conferma di Luigi Di Maio come capo politico. Una consultazione salutata come “record mondiale” e “record assoluto”, ma in realtà numericamente troppo riduttiva per essere classificata nella categoria “democrazia partecipativa”: circa 56mila iscritti alla piattaforma Rousseau hanno dato fiducia all’attuale capo politico.

LA CRISI DI VOTI Il Movimento Cinque Stelle ha perso 6 milioni di elettori rispetto alle elezioni politiche del 4 marzo 2018, dalle quali era uscito primo partito in Italia. A soli 12 mesi di distanza i rapporti di forza all’interno della coalizione di governo si sono completamente ribaltati: la Lega è salita dal 17% al 34%, realizzando all’inverso il percorso del Movimento, che invece dal 33% è sceso al 17%. Non c’è stato, per intero, uno spostamento dal Movimento alla Lega: quest’ultima ha rosicato voti sia ai grillini che a Forza Italia, i cui elettori sono ormai in diaspora completa verso altri lidi, vedi Fratelli d’Italia che pure è cresciuta. Il Movimento ha perso elettori, e questi in parte hanno ripreso a votare il Partito Democratico dopo le delusioni dell’ultimo anno; altra parte di elettorato, probabilmente, ha votato Lega vedendo in Salvini l’uomo forte.

L’ASTENSIONE Un’altra consistente parte, ed è quella che va sottovalutata di meno, si è astenuta, anche per ammissioni dello stesso Di Maio. E forse è questo il perno principale su cui dovrà fare leva il Movimento nei prossimi mesi: capire perché parte dell’elettorato conquistato magicamente alle politiche si è poi astenuto, determinando una caduta rumorosa in un solo anno. C’è sicuramente una parte del Movimento che non ha digerito l’accordo di governo con la Lega, innanzitutto quegli elettori di sinistra che, delusi dal Partito Democratico, avevano trovato nel Movimento uno sbocco ma soprattutto quella voce che la sinistra non aveva più saputo rappresentare, ma che poi sono rimasti profondamente delusi dall’alleanza con la Lega. Non hanno perdonato che i voti della sinistra potessero far nascere un governo di destra. In questo peccato originale il Movimento ha trovato la prima ragione della caduta del suo consenso. E, come se non bastasse, tutta l’azione politica che ha caratterizzato il governo giallo-verde ha confermato le paure e le delusioni del vecchio elettorato di sinistra: l’atteggiamento dei Cinque Stelle nei confronti della Lega è sempre stato di accondiscendenza (basti vedere alcune posizioni come l’immigrazione), tranne che nell’ultimo mese e mezzo che ha preceduto il voto europeo, periodo in cui Di Maio e compagni l’hanno buttata in caciara senza nemmeno un criterio guida, e solo per fare campagna elettorale. Ma, risultati alla mano, non è bastato.

GLI ORTODOSSI DEL MOVIMENTO Un’altra parte dell’elettorato grillino rimasta delusa la si può trovare in quelli che si definiscono “puri”, ovvero gli ortodossi del Movimento che, non solo non hanno approvato l’inciucio con Salvini al momento della formazione del governo, ma non hanno nemmeno perdonato l’atteggiamento di asservimento in occasione della votazione per l’autorizzazione a procedere nei confronti del Ministro Salvini per il caso Diciotti. Perché a fronte della immediata, completa e piena esecuzione degli ordini di partito, preceduta ancora da una consultazione online (stavolta circa 52mila iscritti che hanno votato), era chiaro che gran parte dell’elettorato non avesse digerito la posizione altalenante del Movimento su un tema cardine come quello della giustizia. Sull’autorizzazione a procedere il Movimento, in passato, ha sempre espresso la sua posizione precisa di non voler votare mai a favore, in nessun caso.

LA DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA Tutto questo ha portato alle devastanti conseguenze in termini di consenso, ma soprattutto a determinare un atteggiamento miope dei vertici del Movimento, incapaci di comprendere le ragioni della vera sconfitta, anche se spesso molto evidenti. Una di queste è la distorsione del concetto di democrazia partecipativa: demandare questioni di vitali importanza, come ad esempio la decisione sull’autorizzazione a procedere, a una piattaforma online che non rappresenta nemmeno l’1% dell’intero elettorato grillino si è rivelato un suicidio politico. Far decidere a una minima parte rispetto alla maggioranza è innanzitutto l’inversione del principio della maggioranza, cardine delle democrazie: far decidere agli altri quando si è in una democrazia rappresentativa è sconfessare il ruolo dei singolo rappresentante.

DI CHI È LA COLPA? C’è un errore di fondo in tutto ciò che si collega al generale atteggiamento del Movimento: cercare all’esterno le ragioni dei fallimenti. Non può essere una modifica statutaria a determinare il recupero del consenso, non può essere il cambio di rotta sulla regola dei due mandati e, forse, non può essere nemmeno il cambio del proprio capo politico, anche se in questo caso l’istituto delle dimissioni potrebbe essere un modo giusto di fare i conti con la propria coscienza. Al Movimento manca questo, fare i conti con la propria coscienza, con le proprie contraddizioni interne, con gli alti e bassi a seconda della convenienza. E se questo è stato possibile quando il Movimento era al comando all’interno della coalizione di governo ma ha comunque determinato un tonfo elettorale, allo stato attuale, con la Lega che ha ribaltato i rapporti di forza, si può immaginare soltanto un’ulteriore caduta dei grillini, non avendo più il coltello dalla parte del manico. Numeri alla mano, già oggi sarebbe possibile un governo con il solo vecchio centro destra: Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, dopo il voto europeo, rappresentano circa il 49% degli elettori.

Paradossalmente sarebbe meglio se il Movimento tornasse ad essere partito di opposizione, perché è nella sua indole e perché non può professarsi antisistema e poi finire per rappresentarlo. Le forze “antisistema” cessano di avere efficacia quando diventano sistema e lo rappresentano, e soprattutto perdono la loro “ragion d’essere” quando sono costrette a scendere a compromessi. In un sistema parlamentare il compromesso politico è il sale.

Francesco Mazzocca

Laureato in Giurisprudenza, appassionato di calcio e di politica. Ha collaborato con Cronache della Campania, ha una passione viscerale per il giornalismo che lo ha portato a diventare giornalista pubblicista presso l'ODG della Campania.