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“Mistero Buffo”: cinquant’anni dalla messa in scena dell’opera

La prima rappresentazione teatrale di una delle commedie giullaresche per antonomasia del ‘900 risale al settembre del1969 nella casa del popolo di Cusano Milanino. Questo è l’anno del cinquantenario della commedia “Mistero Buffo“. La prima pubblicazione dell’opera risale allo stesso anno a Cremona, l’ultima invece al 1998, in edizione Einaudi Stile libero in collana singola, e comprende nuovi episodi tratti dai vangeli apocrifi riuniti sotto il titolo Testi della Passione.

Gli episodi originari di Mistero Buffo sono: Rosa Fresca Aulentissima, Lauda dei Battuti, Strage degli innocenti, Moralità del cieco e dello storpio, Le Nozze di Cana, Nascita del Giullare, La nascita del villano, Resurrezione  di Lazzaro, Bonifacio VIII. L’opera è rappresentazione di nove storie tratte da canovacci di testi giullareschi medioevali e versioni popolari dei vangeli apocrifi, mediate, articolate, e riscritte dall’autore in un curioso linguaggio padano.

Il linguaggio dell’opera è un impasto di lombardo, veneto e piemontese, che si rifà in parte a fonti storiche, ma che in buona misura è rielaborato e costruito dallo stesso Fo. La componente principale di questo mix verbale è il grammelot, il linguaggio inventato dai comici del’400 e del ‘500 che riproduce vagamente i ritmi, le cadenze e i suoni della lingua ufficiale o del dialetto, ma in cui la capacità di chi lo recita mira ad accordare il gesto dell’espressione vocale. Insomma un discorso articolato arbitrariamente in grado, tramite suoni, cadenze, gesti e ritmi particolari, di trasmettere un discorso compiuto.

In queste storie si raccontano le vicende di un Cristo che discende all’inferno e prende a pedate i pontefici, Madonne e donne sotto la croce rappresentate come comari al mercato. Il titolo dell’opera richiama esplicitamente il Mistero Buffo di Majakovskij, cantore della rivoluzione d’ottobre del 1917, che si rifà a un dramma sacro di diseredati, lavoratori e disoccupati alla ricerca della terra promessa dove la forma “buffa” esprimeva la parabola del proletariato in lotta. Nel corso della sua operazione Fo considera il teatro argomento dell’opera, concependo il teatro stesso come mezzo per esprimere e comunicare idee di rivolta. Riecheggiando le rappresentazioni popolari, esamina i primi movimenti secondo lui protocomunisti della storia, come quello dei Catari e dei Patari che, oltre a una riforma morale, elaboravano anche un programma di riforma agricola. Esempio di ricostruzione storica-ideologica è la storia di fra Dolcino, eretico condannato a morte, che Fo introduce nella serie degli episodi del Mistero. Il motivo del sacro espresso in forma popolare fa da collante, ponendo le storie le une in rapporto con le altre. La storia Bonifacio VIII, ad esempio, si lega con la storia Moralità del cieco e dello storpio, riadattamento e reinterpretazione del testo omonimo quattrocentesco di Andrea della Vigna: nella prima si narra dell’incontro tra il pontefice e Cristo, il quale si indigna di fronte al comportamento immorale del Papa e lo prende a calci; nella seconda l’incontro è tra Cristo, un cieco e uno storpio.

Attraverso un sofisticato gioco di intrecci tra politica e religione, Fo da attore incarnazione vivente della figura del giullare per antonomasia, quale passava in Italia, fa il salto decisivo fino a diventare autore che da un’idea alternativa in forme giullaresche che trascendono nel grottesco e nel comico della cultura popolare, da sempre trascurata dalle classi dominanti. La modalità trasgressiva ed esegerata dell’opera non passò di certo inosservata all’epoca, tanto che il Vaticano reagì duramente alla messa in onda televisiva.

Oggi, a quasi tre anni dalla scomparsa di Dario Fo e cinquanta dalla prima messa in scena di Mistero Buffo, pochi, anche tra gli addetti ai lavori, ne ricordano l’opera che più di tutte lo rese celebre; con essa la cultura popolare giullaresca italiana fu rivista dal grande commediografo e autore teatrale in chiave di satira dei costumi e critica religiosa e politica del tempo presente e del passato. Solo  in un intervista dei giorni scorsi il figlio, Jacopo Fo, lamentava la totale latitanza della Rai nel mandare in onda anche una sola serata del “Mistero Buffo” del padre, nonostante abbia le registrazioni dell’opera in archivi. D’altronde, Mistero Buffo rientra sicuramente anche nelle motivazioni che portarono i membri dell’Accademia Svedese nel 1997 ad assegnargli il premio nobel per la Letteratura:”seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”.

Annibale Pietro Napolitano

Classe '90, blogger dedito ai temi legati all'ambiente e alla società nel suo insieme. Studi classici. Appassionato di narrativa e cinema.