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“M. Il figlio del secolo”: parte terza

[…] Ecco l’uomo, l’uomo nuovo, l’uomo della giovinezza contro il “vecchiume”, della rinascita dopo la decadenza, della salute di fronte alla degenerazione. Ecco l’arbitro del caos, l’iniziatore di un’era, l’ostetrico della storia, questo parto difficile […]

Quando Mussolini si insedia a Palazzo Chigi ha appena 39 anni. È il presidente del Consiglio più giovane della storia: non è sposato, ha per compagna Rachele, la figlia di una nuova compagna del padre con cui aveva aperto un’osteria nel 1905. Benito Mussolini nel 1923 ha più di un’amante, fino al giorno prima dell’insediamento era noto per essere un bestemmiatore compulsivo, un mangiapreti e fautore del libero amore. In ogni caso, non disdegnerà l’appoggio del giovanissimo Partito Popolare di Don Luigi Sturzo, sebbene vedesse di cattivo occhio la presenza di “preti in politica” e avesse rifiutato di ricevere Sturzo, subito dopo la marcia su Roma, al momento della formazione del governo. Pur lavorando infaticabilmente giorno e notte, facendo piovere una vera e propria pioggia di decreti per sburocratizzare il Paese, Mussolini sin dal febbraio del 1923 è consapevole che per avere un controllo totale sugli alleati riottosi e sui fascisti dissidenti sono necessarie nuove elezioni e soprattutto una nuova riforma elettorale. In quel momento il primo avversario (e anche l’ultimo rimasto nell’arco costituzionale) sono proprio i popolari di Don Luigi Sturzo e del suo giovane segretario, Alcide De Gasperi. Quando, nell’aprile di quello stesso anno, si terrà il congresso del Partito Popolare, l’ordine del giorno votato a maggioranza il 15 aprile segnerà una chiara vittoria della fazione centrista del partito, quella di Don Sturzo e De Gasperi: la collaborazione dei Popolari al governo di Mussolini è condizionata al rispetto della loro autonomia, dell’integrità del Parlamento, delle libertà costituzionali e alla stesura di una legge elettorale di tipo proporzionale.

[…] Lui lo sa, non può non saperlo, i suoi avversari, gli ultimi, continuano a ripeterglielo: il Paese è stanco, lacero, abbattuto, sogna il riposo, sogna un sonno senza sogni, un sogno di facilità . Il Paese è stanco e per, questo stesso motivo, lui è infaticabile. […] E allora lui si carica tutto sulle spalle, non delega, non si fida, legge tutti i giornali, anche quelli che non meriterebbero – quasi tutti – fa piovere sull’Italia una tempesta di decreti- a cominciare dalla semplificazione della burocrazia […]

Il 15 Luglio del 1923 la proposta di legge elettorale Acerbo diventa legge: viene votata a favore da 235 deputati, 139 deputati contrari e 77 astenuti. Saranno i Cattolici scissionisti a dare l’appoggio decisivo alla riforma.

Si va alle elezioni. Il proposito di Benito Mussolini nel discorso parlamentare del 15 Luglio è chiaro:

Io non sono, Signori, il despota che se ne sta chiuso in un castello. Io giro fra il popolo senza preoccupazioni di sorta e lo ascolto. Ebbene, il popolo italiano, sino a questo momento, non mi chiede libertà. L’altro giorno, a Messina, la popolazione che circondava la mia automobile non diceva “dateci la libertà”, diceva “toglieteci dalle baracche”. Il giorno successivo, i comuni della Basilicata chiedevano l’acqua.

Il 1924 è l’anno delle nuove elezioni: convocate per il 6 aprile, si svolgono in un clima di campagna elettorale fatto di intimidazioni e ripetute violenze da parte dei sostenitori del Partito Nazionale Fascista. La stessa legge elettorale Acerbo, che assegna un premio di maggioranza dei due terzi dei seggi alla lista che avesse ottenuto il quorum del 25 % dei voti, è approvata in un clima di intimidazione generale. Il discorso denuncia di Giacomo Matteotti, deputato socialista, alla Camera dei Deputati è un esempio lampante: non fu il primo, bensì l’ultimo di una lunga serie di arringhe contro Mussolini e il fascismo. Una parte del discorso di Matteotti del 30 Maggio del 1924:

[…] Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse.  In aggiunta e in particolare… mentre per la legge elettorale la milizia avrebbe dovuto astenersi, essendo in funzione o quando era in funzione, e mentre di fatto in tutta l’Italia specialmente rurale abbiamo constatato in quei giorni la presenza di militi nazionali in gran numero […]

Il discorso venne percepito così duramente dai deputati fascisti presenti nel Parlamento che il deputato Matteotti, sommerso dai boati, dirà alla fine: “Il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparatemi l’orazione funebre“. Un triste presagio. Il rapimento di Matteotti avverrà il 10 giugno 1924 e il corpo verrà ritrovato solo il 16 Agosto dello stesso anno. Il libro al suo interno ricostruisce i fatti di un delitto che fu ovviamente molto di più di un semplice episodio di  giallo politico, fino ad arrivare al discorso di Mussolini del 3 Gennaio 1925 alla Camera dei deputati, in cui promette alle opposizioni ritiratesi dal Parlamento dopo il rapimento un giro di vite di vigilanza su circoli, associazioni ed esercizi pubblici usando l’espressione “la situazione sarà chiarita su tutta l’area” .

M. di Antonio Scurati, come dichiara l’autore stesso, è una sintesi tra il rigore della scienza storica e l’arte del racconto romanzesco. Non esente però da errori storici e refusi, come segnalato da Ernesto Galli della Loggia e da altri critici, il tutto confermato e spiegato dallo stesso Scurati:

Da decenni il dibattito intellettuale contrappone storici e romanzieri mettendoli in competizione. Io, al pari di altri romanzieri europei della mia generazione, credo che la nostra epoca inviti, invece, a una cooperazione tra il rigore della scienza storica e l’ arte del racconto romanzesco. Una sorta di nuova alleanza tra storici e romanzieri. Credo sia auspicabile per molti motivi. Il primo tra tutti è l’ avvenire delle nostre scuole, lo sforzo comune per contrastare l’ignoranza della storia, e la scomparsa del sentimento di essa, in cui i nostri studenti vanno sprofondando. Un tema, questo, molto caro anche a Galli della Loggia.

Che lo si legga da destra o da sinistra, il romanzo ha fatto discutere fino ad oggi sul suo essere antifascista o meno nella sua misura classica, ma non può essere messo da parte perché insegna che la storia non si debba ripetere ancora una seconda volta come farsa (come avrebbe detto il filosofo di Treviri, Karl Marx), dopo essersi vista la prima volta come tragedia.

 

LEGGI ANCHE LA PRIMA E LA SECONDA PARTE DEL TRIO DI RECENSIONI SUL LIBRO VINCITORE DEL PREMIO STREGA:

PARTE 1

PARTE 2

Annibale Pietro Napolitano

Classe '90, blogger dedito ai temi legati all'ambiente e alla società nel suo insieme. Ha portato avanti studi classici, è appassionato di narrativa e di cinema.