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“Loving Vincent”: come raccontare Van Gogh in stile Van Gogh

Tutti conoscono Vincent Van Gogh, il pittore “malato” per eccellenza o, per darne una definizione più pop, quello che si tagliò l’orecchio sinistro per poi regalarlo a una prostituta. Una vita tormentata e visionaria come quella di Van Gogh si presta per sua natura a diventare essa stessa materia d’arte. Ed in effetti le vicende del pittore olandese sono già state portate più volte sul grande schermo, a partire dal classico Lust for Life di Vincente Minnelli (1956), dove è il mitico Kirk Douglas a vestire i panni dell’artista, fino al recente At Eternity’s Gate di Julian Schnabel (2018), con Willem Dafoe nel ruolo di protagonista. A nessuno però era mai venuto in mente di raccontare la vita di Van Gogh così come avrebbe fatto lo stesso Van Gogh, appropriandosi letteralmente del suo stile pittorico e animandolo sullo schermo. Un progetto nato come cortometraggio finanziato su Kickstarter e poi allungatosi fino a diventare un lungometraggio, il primo lungometraggio interamente dipinto su tela. Un’operazione inedita datata 2017 che prende il titolo di Loving Vincent (dalle parole con cui l’artista concludeva le sue missive inviate al fratello Theo), diretta dalla pittrice polacca Dorota Kobiela e dal regista inglese Hugh Welchman.

TRAMA La storia ha luogo in Francia nell’estate del 1891, a un anno di distanza dal “presunto” suicidio di Vincent Van Gogh (Robert Gulaczkyk), morto prematuramente all’età di 37 anni. Il giovane Armand Roulin (Douglas Booth), incaricato dal padre postino Joseph di recapitare l’ultima lettera di Vincent al fratello Theo, intraprende un viaggio che lo porterà a incontrare personaggi e luoghi fondamentali nella vita del pittore, ripercorrendone in particolare le ultime settimane di vita.

La vicenda, più che documentaristica, appare strutturata come un giallo d’inchiesta. Come può un uomo, in sole sei settimane, passare dall’essere perfettamente “calmo” (così come si era definito Van Gogh) a decidere di suicidarsi? È questa la domanda che tormenta Armand, il quale a un certo punto sembra convincersi che il pittore non si sia realmente suicidato, ma sia stato piuttosto fatalmente ferito con un’arma da fuoco da alcuni ragazzi che poi avrebbe deciso di coprire: considerato il suo “male di vivere”, dopotutto quei ragazzi gli avevano fatto quasi un favore. E tuttavia il film non si sofferma solo sulla morte di Van Gogh, ma ci parla anche della sua vita, scandagliando gli ultimi giorni della sua esistenza, evidenziandone l’arte, il tormento, la disperazione, la follia e l’amore.

Il ritratto di Van Gogh che ne emerge è quello di un freak, un povero emarginato, guardato con sospetto dalla comunità, preso in giro dai bambini che gli tirano sassi, un uomo umorale, indecifrabile, per certi versi intrattabile, ma in fin dei conti innocuo, tenero e dotato di una sensibilità eletta. Una rappresentazione romantica e malinconica del genio olandese, ma che tutto sommato appare verosimile. Lo stesso Armand, che all’inizio dimostra disprezzo per il “povero pazzo”, man mano che procede nel suo viaggio rimane sempre più affascinato dal suo spettro, riconoscendone il genio e il tormento. Ricordiamo che Van Gogh, fra i più famosi e celebrati artisti di sempre, fu rivalutato completamente soltanto dopo la morte. Durante la sua breve esistenza, invece, fu per lo più ignorato, quando non proprio disprezzato dagli ambienti accademici (pare che abbia venduto un solo quadro in vita, fra l’altro alla sorella di un amico), incarnando perfettamente lo stereotipo del genio incompreso dai suoi contemporanei. Una parabola artistica ed esistenziale che riflette sull’emarginazione del diverso, qualunque tipo di diverso, pazzo o genio che sia, e su quanto il mondo in generale e gli accademici in particolare possano essere ciechi, intrappolati nei loro rigidi schematismi, dimostrandosi in sostanza incapaci di riconoscere il valore di un uomo in grado di influenzare praticamente tutta l’arte a venire.

L’unicità di Loving Vincent risiede certamente nella sua potenza visiva. La pellicola è stata realizzata facendo recitare gli attori dal vero e poi dipingendo sopra ogni singolo fotogramma, trasformandolo in pratica in un quadro in “stile Van Gogh”. Una fatica monumentale realizzata da 125 talentuosi artisti provenienti da tutte le parti del mondo che ha richiesto circa sette anni di lavorazione: oltre 1000 dipinti rielaborati e animati per un totale di 65000 fotogrammi. La principale tecnica utilizzata è detta Rotoscope e il risultato è a dir poco ammaliante: i dipinti di Van Gogh (94 quelli messi in scena) prendono letteralmente vita sullo schermo dando allo spettatore la suggestiva sensazione di calarsi nel mondo interiore dell’artista. Ma Loving Vincent non è solo questo. La pellicola si mostra valida anche sul piano dei contenuti e della narrazione, scrollandosi di dosso lo status di mera operazione estetica.

Un omaggio poetico e suggestivo al padre della pittura moderna, che riapre il discorso su una morte in effetti mai chiarita del tutto. Una pellicola che ha il merito davvero notevole di narrare il mondo di Van Gogh con il tratto di Van Gogh. Andrebbe presa in considerazione già solo per questo. Imperdibile per gli appassionati, stuzzicante per i semplici curiosi.

Voglio che la gente dica guardando le mie opere: sente profondamente, sente con tenerezza”: una delle ultime volontà di Van Gogh che il film di Kobiela e Welchman sembra rispettare.

P.S. Si raccomanda di non saltare i gustosissimi titoli di coda, che mettono a confronto i dipinti originali di Van Gogh con i corrispettivi luoghi e personaggi del film.

Felice Sangermano

32 anni, appassionato di cinema e letteratura. Freelance blogger e scrittore. Autore preferito: Louis-Ferdinand Cèline. Sono un po' più allegro di lui però.