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“La vita è bella”: l’Olocausto come non era mai stato raccontato prima

21 marzo 1999, Notte degli Oscar. Tutti ricorderanno l’urlo gioioso di Sophia Loren e l’exploit di Roberto Benigni che in preda alla felicità balzò sulle poltrone fra le teste degli ospiti in sala. Quella notte il suo film, La vita è bella (1997), riuscì ad accaparrarsi ben tre statuette (miglior film straniero, miglior attore protagonista e migliore colonna sonora) divenendo il film italiano più premiato agli Oscar.

Guido Orefice (Roberto Benigni), italiano di origini ebraiche, con la sua esuberante spontaneità riesce a rapire il cuore di Dora (Nicoletta Braschi), la principessa letteralmente “piovuta dal cielo” promessa sposa di un arrogante burocrate fascista. Dal loro amore, più forte delle discriminazioni antisemite, nasce l’adorabile Giosuè (Giorgio Cantarini). La promulgazione delle leggi razziali di Mussolini aprirà però alla tragedia: Guido e Giosuè verranno deportati a forza mentre Dora deciderà spontaneamente di seguirli. Per sottrarre il figlio all’orrore del campo di concentramento, Guido lo convincerà che tutto quello a cui assiste è solo uno strano gioco collettivo in cui i soldati tedeschi interpretano il ruolo di “quelli cattivi cattivi che urlano forte” mentre i prigionieri sono i concorrenti che devono accumulare punti in vista del premio finale: un carro armato vero.

Il film risulta spaccato in due: nella prima parte i toni sono più umoristici e rilassati, l’ambientazione – Arezzo – appare colorata e luminosa, e si narra essenzialmente dell’amore tra un uomo e una donna; nella seconda parte il protagonista rimane sempre l’amore, stavolta però quello di un padre per il figlio, ma, pur non rinunciando a una leggerezza e ironia di fondo, l’ambientazione – il campo di concentramento – muta radicalmente, e con essa si incupiscono toni, luci e colori.

Benigni racconta l’Olocausto da una prospettiva inedita, assumendosi il rischio di trattare con comicità una delle più grandi tragedie della storia umana. E in effetti qualche voce di protesta si è alzata. Come ha scritto il critico statunitense Roger Ebert: “A Cannes il film ha offeso qualche critico di sinistra, perché la correttezza politica vieterebbe di usare humor quando si parla di Olocausto”. La questione è: si può ridere affrontando un tema delicato come quello della Shoah? Per quanto possa risultare irrispettoso alla critica più purista, l’azzardo di Benigni sembra dimostrare di sì: anche l’orrore può essere affrontato con ironia. E certe volte è proprio quella, l’ironia, che ci salva la vita. La risata come reazione vitale alla disperazione. Non c’è irriverenza: la memoria viene laicizzata, ma rispettata. Come qualcuno ha scritto: “la poesia è possibile anche dopo Auschwitz”.

D’altra parte, lo aveva già detto a suo tempo Charlie Chaplin, autore tragicomico per eccellenza, a proposito del suo capolavoro Il grande dittatore, 1940: “Ritengo che se non possiamo ridere di Hitler di tanto in tanto, allora vuol dire che la nostra condizione è peggiore di quella che crediamo. Ridere fa bene, ridere degli aspetti più sinistri della vita, persino della morte. La risata è come un tonico, un sollievo, un rimedio per attenuare il dolore”.

In generale, il film di Benigni è stato accolto con meno senso polemico sia in Usa che in Europa. Monicelli, ad esempio, critica aspramente il “revisionismo storico” operato da Benigni, definendo il film una “mascalzonata”. Critica alla quale Benigni ha risposto che la sua intenzione non è mai stata quella di girare un film realista, storicamente attendibile, quanto piuttosto una favola dai risvolti tragici. Si riconosce la storicità dello sfondo, ma la ricostruzione non mira al documentarismo. Prova ne è il fatto che il campo in cui è stato deportato Guido non esiste realmente (benché molti credono si tratti di Auschwitz), ma è un modello archetipico, il prototipo di ogni campo di concentramento.

Ma al di là di sparute voci fuori coro, La vita è bella si pone come un grandissimo successo di critica e pubblico (si tratta del film italiano che ha incassato di più), nonché una delle pellicole italiane più apprezzate e popolari al mondo, che ha consacrato Benigni a livello internazionale. Il suo film più rischioso e difficile, ma anche il più riuscito.

Il personaggio di Guido traveste l’orrore, ammantandolo di magia e fanciullesca giocosità perché il suo bambino posso continuare a sognare. Eroe moderno, egli resiste alla grandezza del Male fino alla fine (emblematica la camminata davanti a Giosuè prima di essere giustiziato), opponendo strenuamente la sua risata anche ai mitra. Un personaggio irresistibile, che sprigiona la sua energia vitale anche nel bel mezzo della follia nazista, lasciando così un importante messaggio di resistenza e di speranza.

Benigni evita il patetismo e tiene la violenza volutamente fuori campo, non mostrando alcuna traccia di sangue. Non inventa niente sul piano registico, ma il suo girato è pulito e ricco di espedienti e soluzioni narrative brillanti.

Plauso alla colonna sonora, firmata da Nicola Piovani. Acclamata in tutto il mondo, rappresenta uno dei pezzi migliori della discografia del compositore. Il tema principale cambia continuamente forma, ritmo e intensità per adattarsi al contesto ora tragico, ora comico, ora agrodolce.

Una favola intrisa di dolorosa verità. Commovente, ma senza mai scadere nel sentimentalismo più banale. Come recita la voce adulta di Giosuè nell’incipit del film: “Questa è una storia semplice, eppure non è facile raccontarla. Come in una favola c’è dolore, e come in una favola è piena di meraviglia e di felicità”.

 

 

Felice Sangermano

Classe 1986, appassionato di cinema e letteratura. Freelance blogger e scrittore. Autore preferito: Louis-Ferdinand Cèline. "Sono un po' più allegro di lui però" dice lui.