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La speculazione politica tra ricerca del consenso e affermazione delle proprie irrespinsabilità

Di fronte a fatti di cronaca dagli epiloghi tragici bisognerebbe fermarsi e stare in silenzio. Soprattutto quando una persona viene ammazzata davanti agli occhi della fidanzata, sopratutto quando le indagini sono ancora in corso. È un fatto di cronaca, e tale deve restare. Ma purtroppo in Italia i fatti, molto spesso, non vengono mai valutati o analizzati per ciò che sono e ciò che rappresentano, ovvero dei fatti, in questo caso dalle conseguenze tragiche perché ha perso la vita Luca, un ragazzo romano che ha avuto l’unica “colpa” di difendere la sua ragazza.

Nemmeno un morto ammazzato può fermare il tritacarne in cui sguazzano i politici italiani, sempre pronti a strumentalizzare qualsiasi episodio, che sia di cronaca, di vita quotidiana, o anche di sport. No. La speculazione non si ferma, mai, perché l’unico obiettivo è raggiungere un alto gradimento tra la popolazione, avere sempre più consenso e determinare una divisione tra chi apprezza il tuo operato e chi invece, semplicemente, non è del tuo stesso colore politico. E se ci facciamo caso, questo meccanismo si ripete ad ogni occasione: terremoti che provocano distruzione, danni a cose e persone; alluvioni; fatti di cronaca che coinvolgono contesti ristretti oppure grandi città; cattiva amministrazione; emergenza immigrazione. Insomma, tutto ciò che riguarda le nostre vite viene puntualmente strumentalizzato da chi dovrebbe dare garanzie e certezze sul futuro della nostra esistenza. È paradossale, ma succede sempre così.

Il meccanismo che viene instaurato è molto semplice, e segue uno schema con passaggi elementari. Accade un fatto, si attribuiscono le conseguenze e gli effetti a qualcuno che non condivide la tua stessa idea politica. In sintesi succede questo, un meccanismo basilare che crea divisioni, categorizzazioni e separazione netta tra un “noi” e “tutti gli altri”. Il risultato è una divisione categorica dei valori universali, come la legalità, la certezza del diritto, la sicurezza, la libertà: vengono tutte spostate verso una certa direzione, e l’utente medio che legge la notizia, e soprattutto il conseguente commento pregno di frasi retoriche, non può che cadere nel tranello e identificarsi con una determinata parte politica. Non solo: la categorizzazione è il primo aspetto di questo meccanismo assurdo che specula, in questo caso, anche sui morti ammazzati. C’è un altro elemento che non va sottovalutato, e che chiaramente risulta essere complementare all’altro: la divisione della società, o comunque di una sua parte considerevole, tra uno schieramento e l’altro comporta automaticamente anche l’implicita colpevolezza degli altri e la totale innocenza di chi invece è pronto a lanciarsi sulla preda e darla in pasto all’opinione pubblica. In definitiva, la categorizzazione tra chi agisce per il bene comune e chi invece è colpevole di non aver fatto il possibile per evitare tragedie è la totale irresponsabilità dell’oratore che parla in nome del popolo, e che guarda caso avrebbe sempre la ricetta giusta per risolvere i problemi che devastano la società, a tutti i livelli: politico, economico, sociale, e anche in quei settori che richiedono altissime competenze tecniche che spesso mancano in chi agisce solo attraverso il consenso, e che grazie al consenso nudo e crudo ha potuto ricoprire incarichi di vertice. Incarichi di responsabilità, incarichi che comportano l’assunzione di responsabilità.

Ed è proprio questo il punto cruciale della discussione: chi rappresenta il popolo ricopre un incarico di responsabilità a cui non può venir meno, in nessun modo. E se si analizza al meglio il concetto di responsabilità dei rappresentanti, emerge chiaramente che il primo grande step che caratterizza questa responsabilità è la responsabilità politica. Le norme del nostro ordinamento giuridico, a partire dal testo costituzionale, ci indicano un insieme di concetti che legano la produzione di atti alle responsabilità degli autori degli stessi: ne è un esempio il controfirma ministeriale, tanto per citarne uno. Questa responsabilità dei rappresentanti, però, nel suo concetto più alto è soprattutto una responsabilità etica, che impone innanzitutto di evitare la diffusione di espressioni demagogiche, strumento vitale per chi invece fa del consenso la sua arma principale.

Oggi si assiste alla corsa al consenso più becero mediante operazioni propagandistiche che denotano soltanto una scelleratezza inaudita. L’immediata condanna dell’avversario politico, anche per quei fatti di cronaca che richiedono un silenzio assoluto in segno di rispetto per chi purtroppo ha lasciato questa terra, è una delle vigliaccherie più infami che un essere umano possa commettere. Questo accade quasi sempre, e accade senza distinzioni di colore politico, a dimostrazione che non è il colore politico a fare l’uomo, non è l’appartenenza a un partito a determinare la serietà e la dignità. E se ci facciamo caso, torniamo alla categorizzazione: come può un fatto di cronaca essere considerato differentemente solo perché l’autore o la vittima appartengono a nazionalità differenti?

Sul caso di Luca Sacchi, ammazzato in circostanze misteriose che sono ancora al vaglio degli inquirenti, le reazioni politiche non si sono fatte attendere, ma sono state tutte sbagliate. Ci si aspettava una compattezza, una dimostrazione di fermezza, di unione di tutte le forze politiche contro la criminalità, che è il vero nemico. Invece sono arrivate le condanne demagogiche verso gli avversari politici, in modo tale da accendere la miccia della polemiche inutili che non portano a nulla, se non a una contrapposizione che serve a chi vuole consenso, a chi vuole raggiungere il potere. Questo atteggiarsi mediante l’utilizzo di toni aspri che tendono solo ad accendere gli animi non solo è improduttivo da un punto di vista delle contromisure che si possono adottare, ma è controproducente anche per diversi motivi che incidono nell’immaginario collettivo in maniera non indifferente: spostare l’attenzione è un assist anche per chi si trova dall’altra parte della legalità, ed è un leit motiv che si ripete ogniqualvolta accade un fatto tragico.

Se il discorso politico viene impostato solo ed esclusivamente sulla divisione e sulla netta separazione dall’altro, nessuna società può considerarsi evoluta o al passo coi tempi, con la modernità. Una società divisa per categorie stilizzate è una società vecchia, è una società medievale, e il cui concetto non può essere realizzato nei moderni stati costituzionali, negli stati di diritto. Perché, appunto, sarebbe una società senza diritto, senza certezze, senza eguaglianza.

Bisogna essere vigili su queste distorsioni etiche, comunicative, che segnano soltanto dei confini tra persone che invece dovrebbero compattarsi, lottare contro un nemico comune, ovvero contro chi non rispetta i principi di uno Stato di diritto. La battaglia per i valori è anche una battaglia di valore, che non può essere strumentalizzata solo in nome del puro consenso elettorale. Affermare l’immediata responsabilità del tuo avversario politico è implicitamente una dichiarazione di irresponsabilità della tua parte politica: suona malissimo soprattutto quando la condanna proviene da chi ricopre una carica pubblica. Ogni centro di potere è un centro di responsabilità, e ogni centro di responsabilità impone di essere integri da un punto di vista morale, etico. Non al contrario di lasciarsi andare alla stupida demagogia, funzionale solo a mettere l’uno contro l’altro.

Il tema della irresponsabilità è sempre attuale, quando viene contestualizzato al mondo politico. Basta anche semplicemente ricollegarsi a delle nozioni essenziali per capire che la politica è decisione, e che la decisione comporta responsabilità. Così come la politica attiva è rappresentanza, e la rappresentanza impone una responsabilità che va oltre quella strettamente giuridica. Walter Bagheot, uno dei più illuminati scienziati del costituzionalismo inglese, affermava che un buon Parlamento deve non solo eleggere un buon governo e fare buone leggi, ma anche educare bene la Nazione, in quella funzione pedagogica che permette ai rappresentanti di insegnare alla società ciò che ancora non sa.

Francesco Mazzocca

Laureato in Giurisprudenza, appassionato di calcio e di politica. Ha collaborato con Cronache della Campania, ha una passione viscerale per il giornalismo che lo ha portato a diventare giornalista pubblicista presso l'ODG della Campania.