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“La paranza dei bambini” ci insegna che non è ignorando il male che si può sperare di sconfiggerlo

La paranza dei bambini è un film del 2019 diretto da Claudio Giovannesi, basato sull’omonimo romanzo di Roberto Saviano, che narra la storia di una banda di minorenni napoletani tutti interpretati da attori esordienti.

Il film è stato presentato in concorso al Festival di Berlino 2019, vincendo l’Orso d’Argento per la Migliore Sceneggiatura e dove è stato accolto calorosamente dalla critica internazionale.

LA TRAMA.  2018, Napoli. Un gruppo di quindicenni del Rione Sanità, tra cui Nicola, Biscottino, Lollipop, e O’Russ, vogliono fare soldi, comprare vestiti firmati e motorini nuovi. Affamati di potere e soldi facili si fanno largo nel mondo criminale della città. Giocano con le armi e corrono in scooter alla conquista del potere nel Rione. Nell’incoscienza della loro età vivono pensando che il crimine possa essere per loro l’unica scelta di vita. Sono come fratelli, vivono in guerra, non temono il carcere né la morte, e sanno che l’unica possibilità è giocarsi tutto e subito. Ma alla fine la strada del crimine li porterà ad una scelta irreversibile che comporta il sacrificio dell’amore e di sé stessi in nome dell’amicizia maledetta che tiene unita la banda.

Paranza in lingua napoletana è un nome che viene dal mare ed indica delle barche da pesca, così dette perché di solito agiscono in coppia, che vanno a caccia di pesci da ingannare con la luce per spingerli in una rete tirata da ambo i lati sulle barche. In senso traslato il termine sta ad indicare una squadra di operai addetti allo stesso lavoro ed ha acquisito un certo rilievo nelle celebrazioni della Festa dei Gigli in onore di San Paolino che si tiene nel mese di Giugno a Nola (paranza è quel gruppo formato da un centinaio di uomini per «collare» ossia “portare a spalla” i Gigli, nove torri lignee di notevole altezza e peso).

E come nella pesca a strascico la paranza intesa come banda criminale va a pescare persone da ammazzare. In questa trasposizione si racconta di ragazzini guizzanti di vita come pesci, di adolescenze “ingannate dalla luce”, e di morti che producono morti. Il lato peggiore dei bassifondi napoletani viene messo in risalto fin da subito in un crescendo di azioni criminose che partono dallo spaccio davanti alle scuole fino alle rapine a mano armata in gioielleria. Se la trama è un’invenzione, il contesto è invece una crudele realtà: il fenomeno delle baby gang reclutate dalla camorra. Ancora più inquietante è osservare l’incoscienza degli sventurati protagonisti, quell’incoscienza adolescenziale che vede un gioco ciò che può uccidere davvero. Le inquadrature si concentrano sui personaggi, singolarmente o in gruppo, coinvolgendo emotivamente lo spettatore grazie anche alla schietta spontaneità dei giovani interpreti.

In mancanza di veri e propri punti di riferimento in positivo cosa resta per degli adolescenti allo sbando in un quartiere difficile se non la seduzione dei soldi facili estorti con la violenza in un’esistenza sempre più in bilico fra una morte rapida in strada ed una lenta dietro le sbarre? Quando poi la situazione sfugge di mano il futuro leader della paranza, Nicola, tenta la fuga d’amore con una ragazza del Rione.  E alla fine, come nella più fatale circostanza shakespeariana, un tragico evento del tutto casuale spinge definitivamente il ragazzo verso il suo crudele destino di vita e morte sulla strada nella paranza ormai consolidata.

Un grande interprete napoletano, Eduardo de Filippo, ha detto:  “…Non capite che più ci trattate per erba cattiva e più cattivi diventiamo?!”. Ebbene, chi deve impegnarsi a sostenere i giovani e a combattere il crimine se preferisce voltare la faccia perché saturo di pregiudizi fra i più patetici, allora egli stesso nutre con nuove prede la criminalità. Questa infatti fa leva sulla rabbia e la paura generata da un’ignoranza sempre più in ascesa, la stessa ignoranza che mostrano sempre di più quelli che dovrebbero debellarla.

Non è giusto marchiare a fuoco con un giudizio di condanna soltanto questi giovani senza speranza. Bisognerebbe piuttosto risvegliare le coscienze di quegli adulti che non sono abbastanza presenti per educare ed insegnare ai figli a distinguere ciò che è facile ma sbagliato dal bene che per sua natura è difficile da conquistare. Una strada in salita conquistata col sudore è lastricata di cadute, ma può evitare una condanna a morte firmata nel momento stesso in cui il minorenne imbraccia l’arma per accelerare i tempi in mancanza di alternative positive per crescere.

«Nei romanzi il tema della speranza rischia di diventare una trappola. E poi cos’è che intendiamo per speranza? Lasciar intravedere una soluzione ipotetica? Suggerire un possibile trionfo del bene? Per me speranza non è nulla di tutto questo. Speranza è riuscire a raccontare le ferite, a tematizzare quello che sta succedendo; speranza è anche dare al lettore la possibilità di sentirsi in grado di entrare in storie che, altrimenti, vedrebbe da lontano, sentirebbe alla periferia di sé stesso, e che invece sono al centro della propria esistenza.» (Roberto Saviano). L’autore del libro che ha ispirato il film, se letto solo in superficie, si può criticare per l’accentuato pessimismo nel descrivere un lato tristemente vero di Napoli che, citando ancora Eduardo, significa del mondo intero. E senza un’adeguata coscienza critica, un giovane di questo millennio può travisare il senso della descrizione della camorra cercando in (anti-)eroi le risposte per tirare avanti in un’esistenza ormai sempre più priva di intelletto e umanità.

Se è innegabile che la città partenopea ha anche moltissime bellezze sempre da scoprire, tuttavia bisogna imparare a conoscere meglio anche la crudele realtà della criminalità che è solo una faccia, e non la sola faccia, di una città, di una cultura, di un popolo, di una storia. E proprio per le innumerevoli ed indelebili contraddizioni che la caratterizzano, Napoli ha tanto altro da insegnare grazie alle meraviglie che ancora possono ammirare gli occhi capaci di andare oltre quel marciume che ogni giorno la avvelena.

VIETATO AI MINORI DI 14 ANNI, AI DEBOLI DI CUORE ED ALLE MENTI SUPERFICIALI.

Vittorio Paolino Pasciari

Classe '86, nolano DOC. Laureato in Lettere Classiche, appassionato di cinema, letteratura e teatro.