Input your search keywords and press Enter.

“Il professore e il pazzo”: storia di un’amicizia improbabile e di un’impresa da folli

Il professore e il pazzo è un film del 2019 diretto da P. B. Shemran con protagonisti Mel Gibson (James Murray),Sean Penn (William Chester Minor), Natalie Dormer (Eliza Merret), Jennifer Ehle (Ada Murray), Stephen Dillane (dr. Richard Brayne) e Eddie Marsan (sig. Muncie).

La pellicola è un adattamento cinematografico del libro del 1998 “L’assassino più colto del mondo”. Scritto da Simon Winchester, narra le vicende di Sir James Murray, che nel 1857 inizia a lavorare alla prima edizione dell’Oxford English Dictionary.

LA TRAMA. Dopo anni di stallo, nel 1879 la grande impresa di redazione dell’ Oxford English Dictionary trova nuova linfa, arrivando alla pubblicazione grazie al lavoro del professor James Murray e dei volontari di tutto il mondo a cui si era appellato, con l’obiettivo di individuare e spiegare ogni parola della lingua inglese. Tra questi, il più solerte e affidabile mittente di schede era un uomo che si firmava W.C. Minor, che però Murray scopre essere rinchiuso nel manicomio di Broadmoor. Anni prima infatti, vittima di una gravissima paranoia, l’uomo aveva ucciso per errore un passante, scambiandolo per il suo persecutore immaginario, lasciando così una donna vedova con sei figli a cui badare.

          Il libro da cui è tratto il film

Due personaggi più simili di quanto non sembri sono i due protagonisti di questa commovente storia. Entrambi dimostrano una certa estraneità, pacata nel primo, estrema nell’altro, ad ogni forma di convenzione. Il “professore” non aveva una laurea, era figlio di un sarto ed un autodidatta. Il “pazzo” era un uomo di cultura, medico chirurgo, traumatizzato dagli orrori della guerra e dal più accanito dei nemici: sè stesso, il suo senso di colpa. L’uno scozzese, l’altro americano. Il legame che si instaura fra i due cresce attraverso anni di scambio epistolare. I due personaggi infine risultano legati tra loro esattamente come sono legate tra loro le entrate di un dizionario. Non a caso, i loro primi incontri nel film sono raccontati attraverso un dialogo singolare, un gioco di lemmi, che è sfoggio di passione e erudizione, e riesce, insieme alle scene quotidiane di lavoro nello scriptorium di Murray, nella sfida più intrepida: rendere appassionante il mestiere del lessicografo.

Il tema principale del film è fra quelli che appassionano di più: la devozione di un uomo ad un’impresa abissalmente più grande di lui, mai concepita prima, “pazza” furiosa come Minor (memorabili ed esplicative le ripetute incursioni della carrozza del professore oltre le porte del manicomio), ma luminosa come un sogno. La collaborazione fra lo scozzese autodidatta ed il pazzo americano lentamente si trasforma in un’amicizia vera che permette ad entrambi di trovare alla fine un riscatto personale ed un riconoscimento per l’instancabile impegno nel conseguire l’obiettivo prefissato.

Questa biografia romanzata, con una trama che scorre per niente piatta ma anzi molto varia, riempie gli occhi ed il cuore. La volontà del professore anticonformista che insegue un’impresa titanica spinge l’animo a schierarsi dalla sua parte, contro i parrucconi meglio titolati che puntano al successo di un risultato rapido a prescindere dal tempo necessario al lavoro del professore. L’aggravarsi della malattia del pazzo dopo un fortuito evento è solo la punta estrema della fase critica che si completa quando avanza quella malattia più subdola che, se nel film colpisce il professore, invero colpisce tutta l’umanità: l’invidia di una burocrazia miope e sempre più incline alla reputazione a scapito dell’impegno dei suoi funzionari più geniali ed appassionati.

Il costante ed incessante sostegno della moglie e l’allegria contagiosa dei suoi figli accompagnano ininterrottamente l’impresa del professore, donandogli serenità e forza. La figura del pazzo è alternativamente caratterizzata da acute crisi schizofreniche e da una lucida consapevolezza, che lo costringe a provare un profondo e potentissimo senso di colpa per l’uccisione di un uomo innocente. Queste ultime vengono momentaneamente sconfitte grazie alla lettura di numerosi libri che egli richiede al direttore del manicomio, allo scopo di contribuire alla stesura del dizionario. Infine il personaggio più complesso dell’intera vicenda, la vedova della vittima assassinata dal folle, attraversa forse il maggior cambiamento interiore: dall’intenso odio al più tenero amore per colui che la privò del marito, lasciandola con i figli in condizioni di povertà assoluta.

La trama, tenuta insieme in maniera splendida, è tutta da seguire con partecipazione. Ad interpretare i due ‘padri’ effettivi del dizionario in fieri sono due pilastri del celluloide che non hanno bisogno di presentazione. Sean Penn si eleva per la schiettezza con cui presenta la malattia nel suo evolversi, ma entusiasma anche per la profonda umanità del pazzo consumato dal senso di colpa. Superbo rimane, anche nelle inedite vesti del dotto, Mel Gibson, sempre bravo nel ruolo di “uno contro tutti” in nome dell’impegno a sostegno della patria e dell’amicizia che può dare redenzione. Bravissima e bellissima è Natalie Dormer nel ruolo della vedova.

E davvero è un’impresa quella di catalogare tutte le parole di una lingua, ricostruirne l’etimologia, descriverne le evoluzioni della forma e del significato nel corso del tempo. Chi ama il profumo delle pagine scritte penna su carta, quelle che mai come a fine ‘800 erano suggestive da vivere, non potrà non lasciarsi emozionare fin dall’inizio del film (a dir poco meravigliosi gli interni della Biblioteca Bodleiana dell’Università di Oxford che fanno da contesto alla scena in cui il professore viene scelto per la stesura del dizionario). I film che hanno i libri come filo conduttore della trama e come strumento di riscatto sono sempre emozionanti per quelle menti e soprattutto quei cuori non ancora inariditi dall’ignoranza in incremento nel presente dominato dall’abuso del digitale. Il duro impegno e l’amicizia vera sono sempre degli argomenti da rivivere sul Grande Schermo.

Così definisce il potere della parola un retore dell’antica Grecia, Gorgia da Leontini (485/483 – 375 a. C. circa):
“La parola è un gran signore, che con piccolissimo corpo e del tutto invisibile, divinissime cose sa compiere; riesce infatti e a calmar la paura, e a eliminare il dolore, e a suscitare la gioia, e ad aumentar la pietà.” 

Vittorio Paolino Pasciari

Classe '86, nolano DOC. Laureato in Lettere Classiche, appassionato di cinema, letteratura e teatro.