Input your search keywords and press Enter.

Il finale di Game of Thrones: perché non ci ha convinti

Valar morghulis, tutte le serie devono finire. E così, dopo otto stagioni e 73 episodi, la serie che più di tutte ha spopolato negli ultimi anni, assurgendo a vero e proprio fenomeno della cultura pop, è giunta infine al capolinea. Stiamo parlando ovviamente di Game of Thrones (in Italia Il Trono di Spade). Per quei pochi, davvero pochissimi, che non lo sapessero — magari perché negli ultimi nove anni hanno vissuto in una cella d’isolamento — stiamo parlando dell’epopea fantasy tratta dai romanzi di George R. R. Martin. Nella notte tra domenica e lunedì è andato in onda su HBO l’episodio conclusivo, che, come c’era da aspettarsi, ha frantumato ogni record di ascolti. Un epilogo che però non ha convinto il fandom, così come in generale tutta l’ottava stagione, al punto da spingere qualcuno a organizzare una petizione online per chiedere ai produttori di riscrivere il finale della serie. E, a giudicare dal numero di firme raccolte (più di un milione!), non si tratta di un’iniziativa portata avanti da una sparuta frangia di scontenti.

Ma perché i fan masticano così amaro? Che cos’è che non ha funzionato? D’altra parte la serie, almeno fino alla sesta stagione, aveva raccolto consensi unanimi da parte della critica e del pubblico, rilanciando di fatto il fantasy come fenomeno di massa.

QUELLO CHE CI È PIACIUTO Partiamo dalle cose che ci sono piaciute. Quello che non è mai venuto meno in GoT, ed anzi è andato migliorando di stagione in stagione, riguarda l’elemento stilistico: la regia e il montaggio di pregevole fattura (evidentissimi nelle puntate delle battaglie, ma non solo), i dialoghi brillanti (vedasi i botta e risposta di due tra i personaggi di Game of Thrones più noti, quali Tyrion e Varys, tanto per fare il primo esempio che ci viene in mente), le scenografie grandiose e immersive (giustamente pluripremiate), una potenza visiva che non si discute, il sapiente uso della CGI (sempre perfettamente integrata), e, in generale, tutto quel che riguarda la messa in scena di una delle produzione più mastodontiche di sempre, cresciuta nel tempo di pari passo col successo e quindi con gli incassi ottenuti. Andando nello specifico dell’ultima puntata, abbiamo trovato meraviglioso il montaggio alternato che segue la vestizione finale dei tre Stark superstiti che vanno incontro al proprio destino (una composizione che ci ha ricordato da vicino l’alternanza Mastino/Arya durante il Cleganebowl); l’evocativa scena in cui Daenerys si sovrappone alle ali di Drogon apparendo per un istante come un vero e proprio messaggero del male; il solenne discorso dalle suggestioni naziste della Madre dei Draghi all’esercito schierato sulla piana; il toccante momento in cui Tyrion ritrova i cadaveri di Jamie e Cersei morti abbracciati in stile pompeiano.

 

QUELLO CHE NON CI È PIACIUTO Passiamo adesso alle note dolenti. Fino almeno alla sesta stagione, la qualità della forma si accompagnava ad un’esemplare compattezza narrativa: tutto sembrava tornare nel fantastico universo di GoT, la narrazione si snodava con estrema verosimiglianza e la psicologia dei personaggi risultava sempre ben delineata e coerente. La serie riusciva a stupire (o a sconvolgere, come nell’episodio delle Nozze Rosse) nel rispetto di questa generale coesione. Da un certo punto in poi, però, qualcosa cambia e tutto sembra sfilacciarsi. Una crepa che pare essersi aperta da quando la serie si è “sganciata” dai libri di Martin per seguire un percorso autonomo. Venuto meno il supporto cartaceo, gli eventi hanno cominciato a scricchiolare, perdendo quell’organicità che ne aveva caratterizzato gli esordi. Come se non ci fosse più una meta finale a cui tendere e quindi una direzione precisa da seguire. La conferma l’abbiamo avuta nell’ultima stagione, la più chiacchierata e controversa, quando tutti i nodi sono giunti al pettine: era il momento in cui bisognava tirare le fila e chiudere degnamente tutte le storyline. Cosa che, diciamocelo chiaramente, non è quasi mai avvenuta. D’altronde, il tempo stringeva: sei puntate, per quanto dal minutaggio pompato, si sono rivelate davvero troppo poche per dare una chiusura esaustiva a tutte le trame e sottotrame aperte, e l’impressione generale è stata quella di un’eccessiva “sbrigatività”. La trama è andata per le spicce, perdendo verosimiglianza (qualche esperto di strategia militare ci spieghi il senso della sortita suicida dei Dothraki nella battaglia contro i White Walkers). Le scelte e i comportamenti dei protagonisti hanno spesso assunto tratti incoerenti, per non dire contraddittori.

Così come le scelte di sceneggiatura. Eventi nevralgici, quali la morte di Daenerys, personaggio cardine di tutta la serie, sono stati liquidati in quattro e quattr’otto: una pugnalata fuori campo e via, con Drogon, che, furioso per la perdita dell’amata madre, da bestione pericoloso e incontrollabile quale era sempre stato, col vizietto di “dracarizzare” bestiame e figli di contadini a caso, acquisisce adesso una sorta di discernimento umano e, riconosciuto il trono di spade come la vera scaturigine di tutti i mali, lo incenerisce senza pensarci due volte, per poi volare chissà dove portandosi via le spoglie mortali della fu Kahleesi.

Oppure, il personaggio di Jamie Lannister: praticamente per tutta la serie assistiamo al suo percorso di redenzione e distacco dalla malvagia sorella Cersei, un cammino graduale, culminato nel letto di Brienne di Tarth (con gran disappunto di Tormund) e quando lo Sterminatore di re sembra essersi pienamente riabilitato, ecco che in un lampo decide di sconfessare tutto, giustificandosi con la povera Brienne, peraltro appena deflorata, con un semplice “sono un uomo malvagio”. Intendiamoci, non si sta contestando la scelta in sé di Jamie: il poveretto si è reso conto di non poter fare a meno di amare Cersei, nonostante la malvagità di lei. D’altra parte, Tyrion lo aveva detto: noi non scegliamo chi amare e comunque l’amore è una forza più potente della ragione. Nulla questio quindi che Jamie, nel momento decisivo, possa decidere di correre dalla perfida sorella/amante. È però il modo in cui si arriva a questa svolta che appare troppo repentino e tirato per i capelli. Come un frutto spuntato già maturo dal ramo. Del resto, una psicologia plasmatasi nel corso di molte stagioni, al punto da sembrare ormai acquisita, non può cambiare così di punto in bianco. Manca il processo, manca la “costruzione” del ribaltone, che di fatto appare alquanto schizofrenico. Lo stupore, ingrediente fondamentale e onnipresente in GoT, stavolta nasce dall’incoerenza piuttosto che da una sceneggiatura scritta a regola d’arte. Ma, come abbiamo detto, sei puntate sono poche.

Per non parlare dell’arco narrativo degli Estranei, anch’esso sacrificato all’altare delle “sei puntate”. Era praticamente dai primi minuti della serie che si ricamava sul mistero dei White Walkers: chi sono? Da dove vengono? perché sono lì? Qual è il vero scopo del fantomatico Night King che li guida? E in che rapporti si trova quest’ultimo con gli altri personaggi? e bla bla bla… Domande che resteranno per lo più irrisolte, dal momento che tutto si chiude in una sola sbrigativa puntata, esteticamente bellissima a dire il vero, ma per niente esaustiva, lasciando lo spettatore con un palmo di naso davanti allo schermo e la strisciante sensazione di essere stato in qualche modo infinocchiato. Tutti quei misteri suggeriti, sussurrati, alimentati nel corso di sette stagioni, alla fine non sono andati da nessuna parte. La delusione è legittima.

E che dire di Jon e Bran? Due personaggi intorno a cui si era creato un hype elevatissimo. Ci si aspettava che nell’ottava stagione facessero sfracelli. Invece sono diventati materia da meme per la loro inutilità. Il primo si limita a dire per tutto il tempo “you are my queen” alla giovane Targaryen, ormai avviata allo squilibrio mentale, quasi a volerci dimostrare che da eroe promesso a zerbino è un attimo. Finirà in esilio tristemente, senza che a nessuno venga in mente di rivelare la verità sulla sua discendenza (che gli avrebbe dato “perlomeno” il diritto di restare). Bran, invece, se ne sta lì sulla sua sedia a rotelle, con la stessa espressività di una pietra pomice, irritante come nessuno, ogni tanto si trasferisce in un corvo per farsi una svolazzata, e neppure si capisce dove. Nel finale si tenta comunque di dare un senso ai due personaggi facendogli fare qualcosa di rilevante, e allora ecco che Jon pianta un pugnale nel cuore della sua amata zietta (ma non prima di aver ripetuto per l’ultima volta il suo mantra: “You are my queen. Now, and always”) mentre Bran “lo Spezzato” (un soprannome più dignitoso no?), che fino a quel momento non aveva fatto altro che rimarcare, in quanto Corvo con tre occhi, la sua estraneità alle vicende umane, si immischia adesso nelle più umane delle vicende, accettando di diventare Re dei Sette… ops, Sei Regni. Perché “il nord deve rimanere libero”. E perché si doveva attribuire un ruolo anche a Sansa: “Queen in the North”. E gli altri muti. Ah, se qualcuno avesse capito a che sono serviti alla fine i mirabolanti poteri di Bran, ce lo faccia sapere.

Spendiamo due parole anche sulla potenza dei draghi, più variabile del clima al cambio di stagione: in una puntata cadono come mosche sotto i colpi delle baliste di Euron (che ci mette poco più di tre secondi per far fuori il povero Rhaegal) e nella puntata successiva uno solo di loro (Drogon, unico superstite della progenie) riesce a mettere a ferro e fuoco Approdo del Re, vincendo di fatto la battaglia decisiva senza l’aiuto di nessuno. In barba alle baliste.

Ci sarebbe ancora tanto da aggiungere (sul personaggio di John, quello di Arya, i modi e i tempi dello sbarellamento di Daenerys, la mesta e impotente uscita di scena di Cersei, il siparietto caciarone del consiglio ristretto presieduto da Tyrion, un certo tipo di umorismo fuori luogo, ecc.), ma l’articolo rischierebbe di diventare più corposo del ciclo di romanzi di Martin. Ci limitiamo a evidenziare qualcosa di ovvio: chiudere una serie che ha messo tanta carne a cuocere non è semplice. Ce l’ha insegnato Lost, che si è per l’appunto “perduta” nel finale. Ce lo conferma GoT, che in ogni caso rimane una bellissima serie che ha segnato un’epoca e di cui non possiamo che consigliare la visione. Non sappiamo se Martin saprà scrivere un finale più degno per la sua creatura. In fondo non è così scontato, e il continuo procrastinare la stesura degli ultimi due volumi conclusivi non è certo un buon segno. Del resto, molti autori si dimostrano brillanti nelle prime fasi, quando si tratta di accrescere la trama a suon di sottotrame e misteri, pochi sanno veramente dove volevano andare fin dall’inizio. Breaking Bad lo sapeva, ad esempio, e si vede.

Dopo anni meravigliosi spesi ad aspettarlo, l’inverno alla fine è arrivato… E se n’è pure andato, lasciandoci un po’ d’amaro in bocca.

Consoliamoci con i meme: tutti vorremmo una persona che ci guarda come a Brienne. 

Felice Sangermano

26/05/2019

Felice Sangermano

32 anni, appassionato di cinema e letteratura. Freelance blogger e scrittore. Autore preferito: Louis-Ferdinand Cèline. Sono un po' più allegro di lui però.