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Garrone (e Benigni) riportano al cinema Pinocchio: missione riuscita

Matteo Garrone – ci informano – abbozzava figure di Pinocchio fin dalla tenera età di sei anni. E il suo stile registico – questo lo abbiamo constatato di persona – ricorda, almeno in parte, il nitore letterario di Collodi. E allora chi se non lui (almeno fra gli italiani) per l’ennesima trasposizione cinematografica delle avventure del burattino più famoso del mondo? Detto fatto. Con buona pace di quelli che credevano che Il racconto dei racconti del 2015 restasse l’unica incursione del regista romano nel mondo del fantastico. Evidentemente, Matteo ci ha preso gusto. E questo Pinocchio targato Garrone non poteva uscire che a Natale, cornice magica e perfetta per tutte le favole senza tempo.

Sorvoliamo sulla trama: se non conoscete almeno a grandi linee la storia di Pinocchio, qualcosa è andato storto nella vostra infanzia. Ma siete ancora in tempo per recuperare. Il testo di Collodi non è solo un ottimo libro per bambini, ma un capolavoro della letteratura universale, capace di rapire anche gli adulti. E comunque, se la lettura del libro non è fondamentale per la visione filmica, aiuta tuttavia ad apprezzarne il senso colmandone i vuoti. Perché il vero difetto della pellicola sta nel metraggio che sacrifica troppo le vicende e i personaggi, comprimendo e spingendo sull’acceleratore laddove invece Collodi si prendeva tutto il tempo necessario. Un racconto di formazione ha i suoi tempi. E due ore non bastano a dar ragione del percorso di redenzione del burattino, benché in quelle due ore Garrone ripercorra in maniera piuttosto fedele i fatti salienti, riuscendo a restituire le atmosfere surreali della fiaba (se di fiaba si può parlare), senza lesinare dettagli grotteschi, violenza e in generale l’impronta dark propria del suo stile (e di quello del libro). «Riconosco ogni fotogramma di questo film – ha dichiarato il regista a tal proposito – Mi appartiene».

Se infatti la durata è il punto debole del film, quello forte risiede invece nell’aspetto estetico. Garrone ricrea un microcosmo dal sapore antico, perfettamente collodiano (benché a livello linguistico qualcuno abbia trovato qualcosa da ridire). Encomiabile il lavoro artigianale e artistico che ne sta alla base. È il ritorno al cinema di una volta, che si tiene lontano per quanto possibile dal digitale. Tutti i personaggi, infatti, sono in carne, ossa (e trucco). A partire da Pinocchio (interpretato dal piccolo Federico Ielapi), che (sorprendentemente) non è stato ricreato in motion capture, ma a forza di trucco prostetico dal britannico Marl Coulier, vincitore di due Oscar (per The Iron Lady e Grand Budapest Hotel). Tour de force di pazienza per il piccolo Ielapi, che ogni giorno per tre mesi ha dovuto sottoporsi a sedute di quattro ore di trucco. «Non è stato facile far sì che il silicone sembrasse legno – ha dichiarato Coulier – e che il trucco non trasfigurasse del tutto Federico, che l’aspetto emotivo non fosse completamente coperto dal make up». Gli crediamo sulla parola.

Per la sua visione di Pinocchio, Garrone ha detto di essersi ispirato ai disegni di Enrico Mazzanti, collaboratore di Collodi e illustratore della prima edizione in volume di Pinocchio. «Quello è stato il punto di partenza – ha detto il regista – Poi come ispiratori anche la pittura dei macchiaioli e il Pinocchio di Comencini per certe atmosfere, per il senso di povertà». Una povertà che in effetti attraversa tutto il film, a partire dai personaggi di Geppetto (Roberto Benigni) e dei due morti di fame, il Gatto (Rocco Papaleo) e la Volpe (Massimo Ceccherini).

Cast azzeccatissimo contro ogni previsione. Benigni trova riscatto per il flop del suo Pinocchio del 2002 regalando un’interpretazione intensa e convincente. Fra tutti sorprende Ceccherini, riuscitissimo nel ruolo della Volpe. L’attore ha anche collaborato alla sceneggiatura (scritta originariamente da Garrone) apportando qualche divertissement utile a stemperare il tono. Ma oltre a loro, tutti i personaggi, così carichi e artefatti, in una parola così fiabeshi, contribuiscono, ognuno con la sua piccola o grande parte, a dar voce al mondo di Collodi: il Mangiafoco di Gigi Proietti, il Gatto di Rocco Papaleo, la Lumaca di Maria Pia Timo, il Grillo Parlante di Davide Marotta, la Fata Turchina di Alida Baldari e Marine Vacht, il Mastro Ciliegia di Paolo Graziosi, il Corvo di Massimiliano Gallo, l’Omino di burro di Nino Scardina, il maestro di Enzo Vetrano, il Lucignolo di Alessio Di Domenicantonio.

Menzione d’onore per le musiche meravigliosamente immersive di Dario Marianelli. Finale forse un po’ monco. Ma anche per quel che riguarda il libro di Collodi, non è il finale ciò che più rimane impresso. Come a dire: conta non tanto la meta, quanto il viaggio. Molti si sono chiesti quale sia il pubblico ideale della pellicola, che non si pone nè come opera rivolta precipuamente ai bambini nè agli adulti. Sembra quasi un film per nessuno. Che poi è come dire per tutti. E lo ha detto, oltre al regista, anche Benigni: «È un film per le famiglie, per bambini dai 4 agli 80 anni». Non sono pochi, inoltre, quelli che hanno criticato la scelta di Garrone di non “aggiornare” lo spirito ottocentesco del libro ai tempi moderni. Noi troviamo invece rispettosa e azzeccata la scelta del regista. Perché Pinocchio è un viaggio a tutto tondo, che passa attraverso il bene e il male, la dolcezza e la violenza. Un’opera universale e senza tempo, al di là di ogni età. Ed in questo, Garrone centra il bersaglio. Scusate se è poco.

 

Felice Sangermano

Classe 1986, appassionato di cinema e letteratura. Freelance blogger e scrittore. Autore preferito: Louis-Ferdinand Cèline. "Sono un po' più allegro di lui però" dice lui.