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“Fuga per la vittoria”: quando lo sport diventa ragione di riscatto

Fuga per la vittoria (Victory) è un film del 1981 diretto da John Houston.
La pellicola è liberamente ispirata alla “partita della morte” tenutasi a Kiev il 9 agosto 1942 tra una squadra mista di calciatori di Dynamo e Lokomotiv contro una squadra composta da ufficiali dell’aviazione tedesca Luftwaffe. Il film ancora oggi mantiene salda una notevole popolarità per la presenza nel cast di grandi calciatori dell’epoca a fianco degli attori principali.

LA TRAMA Francia, 1942. Durante una visita ad un campo di concentramento per prigionieri Alleati, il maggiore nazista Von Steiner, con un passato da calciatore anche tra le file della Nazionale tedesca, riconosce tra gli ufficiali britannici prigionieri un suo ex collega, il capitano John Colby, anch’egli militante in Nazionale. Dispiaciuto del fatto che le circostanze, che li vedono su due fronti belligeranti opposti, non permettano loro di discorrere dei loro passati sportivi come desidererebbero, Von Steiner tuttavia ha l’idea di organizzare un incontro di calcio tra una selezione di calciatori Alleati e la squadra sportiva di una vicina base tedesca. Colby è stimolato dal confronto, anche perché tra le truppe britanniche può vantare giocatori di livello come l’altro inglese Brady, lo scozzese Hayes e il giocatore di colore di Trinidad Luis Fernandez. Un prigioniero canadese, Hatch, benché non sia capace di giocare a calcio chiede ed ottiene di aggregarsi al gruppo con lo scopo di evadere durante gli allenamenti. Ma il comando tedesco, volendo trasformare l’evento in un veicolo di propaganda, toglie di mano a Von Steiner l’organizzazione dell’incontro, sostituendo la squadra della base con la stessa Nazionale tedesca e fissando il luogo della sfida allo Stadio di Colombes a Parigi. Il comando Alleato, di contro, intuisce che la partita può costituire un’irripetibile occasione di fuga per i prigionieri impegnati nel match.

ANALISI DEL FILM Da un lato c’è un ex calciatore inglese che crede ancora nella lealtà dello sport e vuole cercare riscatto cercando di evitare una tragica fine che sembra inevitabile per sé ed i suoi compagni di prigionia. Dall’altro vediamo la Resistenza, rappresentata da militari solo in apparenza collaborazionisti e soprattutto dal canadese che si dimostra goffo come calciatore. Alla fine però la voglia di riscatto dell’inglese abbraccia il piano di evasione sostenuto dagli alleati per minare quel disumano nemico che è il Terzo Reich, la cui crudeltà viene delineata senza sconti nella scena dell’arrivo di nuovi giocatori ridotti a scheletri dopo anni di prigionia nei lager (agghiacciante la scena del pranzo con i nuovi compagni di squadra). La drammaticità del contesto storico viene in qualche modo alleggerita quando l’azione si concentra sulla preparazione atletica della squadra (memorabile la scena di Fernandez che corregge Colby alla lavagna e dei battibecchi fra Colby e Hatch). Dramma e leggera ironia, in particolare fra gli ufficiali britannici che progettano la fuga della squadra, proseguono nella giusta misura come preludio alla partita che è il clou di questa storia. Quella che doveva essere un’evasione di massa si trasforma in qualcosa di epico la cui fine spettacolare non può non emozionare chi è appassionato dello sport e della libertà contro le dittature.

IL CAST Fra le leggende del pallone che sono presenti nel film è d’obbligo citarne qualcuna.

  • Pelè (Cpr Luis Fernandez), al secolo Edson Arantes do Nascimento, conosciuto come O Rei do Futebol / Perla Nera, ritenuto Calciatore del Secolo dalla FIFA. È l’unico calciatore al mondo ad aver vinto, con la nazionale brasiliana, tre edizioni del campionato mondiale di calcio (1958, 1962, 1970), la FIFA inoltre gli riconosce il record di reti segnate in carriera (1281 in 1363 partite). Suo è il gol più bello, quello del pareggio, segnato nel film.
  • Osvaldo Ardiles (Carlos Rey), campione del mondo con l’Argentina nel 1978, dotato di ottima tecnica individuale e di ampia visione di gioco; risultava imprevedibile per avversari e spettatori. Sua è un’elegante azione che disorienta un avversario nel film.
  • Bobby Moore (Terry Brady), capitano della nazionale inglese campione del mondo nel 1966 e della squadra del West Ham. Fu definito dallo stesso Pelè il difensore più corretto che abbia mai affrontato.
  • Paul Van Himst (Michel Fileu), giocatore simbolo dell’Anderlecht dal 1959 al 1976, con la quale vinse a soli 20 anni il titolo di capocannoniere belga. Con la maglia della nazionale ottiene la conquista del terzo posto al campionato europeo del 1972, giocato proprio in Belgio.
  • Kazimierz Deyna (Paul Wolchek), centrocampista offensivo soprannominato General, è considerato il più grande calciatore polacco di tutti i tempi, e assieme al connazionale Zbigniew Boniek uno dei migliori in assoluto. Vincitore di un oro ed un argento olimpico colla nazionale polacca, ha inoltre conquistato il terzo posto nel campionato mondiale del 1974.

Degli attori che affiancano i veri giocatori spiccano per bravura i tre principali protagonisti.

  • Michael Caine (Cap. John Colby), uno dei volti più celebri del cinema britannico moderno, è stato capace di offrire, in oltre 100 film all’attivo, interpretazioni memorabili sia come protagonista sia come caratterista. Il ruolo più recente da lui impeccabilmente interpretato è quello del maggiordomo di Bruce Wayne nella trilogia del Cavaliere oscuro di Christopher Nolan.
  • Max Von Sydow (Magg. Karl Von Steiner), memorabile è il suo esordio nel 1957 nel ruolo di un cavaliere crociato impegnato in una fatale partita a scacchi con la Morte (Il settimo sigillo, regia Ingmar Bergman). In una carriera che conta oltre 100 film ha due volte ricevuto la nomination all’Oscar, rispettivamente “Miglior attore protagonista” (Pelle the Conqueror, 1989) e “Miglior attore non protagonista” (Extremely Loud and Incredibly Close, 2012).
  • Sylvester Stallone (Cap. Robert Hatch), chiunque conosca il cinema di genere action fra gli anni ’70 e ’90 del secolo scorso non può non considerare “Sly” un’autentica icona. Ma, oltre all’intrattenimento con l’ironia che rende irresistibile azioni spettacolari, Stallone riesce anche come pochi a rendere memorabili i suoi personaggi, merito anche dell’indimenticabile voce di Ferruccio Amendola, grazie alla profonda umanità nell’affrontare con coraggio situazioni ai limiti della disperazione (toccante la love story di Hatch con una ragazza della Resistenza francese). Doti queste che cinque anni prima (Rocky, regia John G. Avildsen) aveva già mostrato nel capostipite della Saga sul pugile italo-americano che gli ha dato una meritatissima immortalità.

LA PARTITA DELLA MORTE Nell’estate del 1942 a Kiev si giocò una serie di incontri di calcio fra prigionieri e ufficiali delle SS collo scopo propagandistico di diminuire la fiducia nella resistenza contro le forze di occupazione naziste. In ognuno degli incontri le forze tedesche hanno sempre avuto la peggio, ma l’ultimo in particolare venne ricordato come un simbolo di speranza e vittoria per le forze di resistenza. Esistono due versioni sull’effettivo svolgersi della partita e la prima, più romanzata, quasi certamente ha influenzato gli sceneggiatori del film di oggi. Iosif Ivanovič Kordik fu costretto a rifugiarsi a Kiev, dove si trovò a dirigere l’importante panificio cittadino per cui lavorava. Kordik era un appassionato di sport e voleva circondarsi di figure che avessero avuto un certo prestigio sportivo e fornire ai propri dipendenti, attraverso lo sport, una valvola di sfogo perché producessero di più e lavorassero meglio. Fu così che maturò l’idea di creare una squadra di calcio del panificio. I giocatori assunti avrebbero ottenuto un posto per dormire, qualcosa da mangiare e una piccola protezione dalle angherie del Reich. Riuscì ad allestire la squadra nella primavera del 1942, radunando sia giocatori della vecchia Dinamo Kiev che della Lokomitiv Kiev, la seconda squadra della capitale Ucraina. I tedeschi pensarono allora di piegare lo spirito fiero degli ucraini affidandosi alla propaganda e al calcio, organizzando un vero e proprio torneo. La stagione calcistica avrebbe avuto inizio il 7 giugno 1942 e avrebbe visto la partecipazione di sei squadre: quella di Kordik, che si chiamò Start FC, quattro formate da truppe tedesche, ungheresi e rumene, e la Ruch (ucraina). Fu nominato capitano Trusevich,
il portiere noto per la sua agilità e per il suo stile di parata spettacolare. Trovarono in un magazzino delle divise rosse e, nonostante i massacranti turni di lavoro al panificio, la scarsa alimentazione e la precaria condizione fisica, il 7 giugno la Start iniziò il proprio campionato giocando allo Stadio della Repubblica contro la Ruch, una squadra appoggiata dal movimento nazionalista ucraino anti-sovietico e filo-tedesco, vincendo 7-2. La cosa fece un po’ troppo rumore, e i tedeschi ordinarono di far giocare le altre partite in un impianto più piccolo, lo stadio Zenit (attuale stadio Start). Lo stadio fu inaugurato con una vittoria 6-2 sulla squadra ungherese, seguita pochi giorni dopo da un perentorio 11-0 ai danni della rappresentativa rumena.

Le vittorie della Start iniziarono a significare molto per la popolazione di Kiev: per molti furono un’ispirazione a resistere, uno sprone a tenere alto il morale, un appiglio per non lasciarsi schiacciare dai tedeschi. Il 17 luglio la Start incontrò per la prima volta una squadra tedesca, la PGS, vincendo con un pesante 6-0, mentre un’altra squadra ungherese, l’MGS Wal, perse 5-1 due giorni più tardi. La rivincita dell’incontro con l’MGS Wal, organizzata dai tedeschi, finì 3-2: la Start stava diventando un simbolo della resistenza di Kiev. I comandi militari decisero quindi di mandare a giocare a Kiev il Flakelf, la più forte squadra militare tedesca di stanza in Ucraina, formata da militari e considerata invincibile. Il risultato del 6 agosto fu un’altra volta una larga vittoria della Start
(5-1) ottenendo, in sette partite, una palmares di 43 goal fatti e solo 8 subiti.

Locandina della partita giocata a Kiev il 9 agosto 1942.

L’ultima occasione per piegare la Kiev calcistica sarebbe stata il 9 agosto: rinforzando la squadra con alcuni tra i migliori calciatori dell’esercito tedesco impiegati sul fronte ucraino, i tedeschi organizzarono la rivincita. La partita venne annunciata con una grande campagna pubblicitaria, manifesti vennero affissi su tutta la città ed i giornali pubblicarono articoli che elogiavano la forza del Flakelf. Prima della partita un arbitro tedesco fece il suo ingresso nello spogliatoio della Start, intimando ai giocatori di fare il saluto «Heil Hitler». Dopo il saluto dei tedeschi, però, i giocatori della Start fecero il saluto che era di costume nello sport sovietico: «Fitzcult Hurà!» “Viva la cultura fisica”. Le gradinate dello stadio erano piene di soldati tedeschi in uniforme e armati, mentre in un piccolo settore vi erano ucraini, vecchi, donne e bambini. I tedeschi disputarono un match all’insegna di un gioco violento e provocatorio. I falli dei tedeschi venivano regolarmente ignorati dal direttore di gara, quelli degli ucraini invece erano segnalati tutti. Un’azione dalla dubbia regolarità, un palese fuorigioco e un calcio in testa al portiere Trusevich in una mischia sottoporta che lo fece rimanere alcuni minuti a terra stordito, permisero ai tedeschi di passare in vantaggio. Ma in meno di venti minuti i giocatori della Start segnarono tre volte. Durante l’intervallo fece il suo ingresso negli spogliatoi un ufficiale delle SS, che cercò di convincere i giocatori della Start a perdere la partita. Nel secondo tempo, dopo uno sbandamento iniziale che permise ai tedeschi di portarsi sul 3-3, lo Start decollò e segnò altre due volte: 5-3. Il difensore Klimenko poco prima del fischio finale dribblò la difesa del Flakelf, compreso il loro portiere, ma invece di buttare la palla in rete spazzò il pallone il più lontano possibile, verso il centro del campo, evitando la sesta marcatura.
Al termine della partita, i giocatori ucraini si resero conto di aver firmato la propria condanna a morte. Alcune settimane più tardi iniziarono gli arresti.


Nella seconda versione dei fatti il 9 agosto allo stadio Zenit, sia in campo che sugli spalti, non si verificò nessuno degli episodi tramandati dalla leggenda: il pubblico era presente, non c’erano soldati armati a bordo campo, nessuno minacciò i giocatori prima e durante il match e il gioco fu duro ma senza esagerazioni. Nonostante la stanchezza di molti giocatori, la Start vinse 5-3, ma non ci furono rappresaglie dopo il fischio finale e i giocatori di entrambe le squadre fecero una foto insieme sul prato dello Zenit a gara ultimata. Numerose testimonianze, anche oculari, smentiscono la storia romanzata della “Partita della morte”. Secondo lo storico Vitaly Hedz, i ragazzi della Start furono catturati per avere tentato di uccidere alcuni ufficiali tedeschi, sbriciolando del vetro nel pane loro destinato (lavoravano quasi tutti nel panificio). Non si conosce il motivo dell’esecuzioni (una ribellione, un tentativo di fuga e il rifiuto di impiccare alcuni compagni sono quelli più probabili per gli storici), ma di certo il motivo scatenante non fu la sconfitta del Flakelf, anche perché nel gruppo dei fucilati figuravano persone che non avevano alcuna correlazione con la Start. Dei tre poliziotti ucraini che figuravano nella lista dei giocatori della Start per la partita del 9 agosto, uno fu ucciso dopo aver aggredito un membro della Gestapo, mentre altri due furono accusati di collaborazionismo e rinchiusi in un gulag per cinque e dieci anni rispettivamente.

DALLA REALTÀ STORICA ALLA FINZIONE IN CELLULOIDE Nella trasposizione di John Houston cambia il contesto (dall’Ucraina alla Francia) e si aggiunge un classico lieto fine sostenuto da una magnifica colonna sonora e preceduto da una suggestiva versione della Marsigliese (un’altra di simile effetto la si vede forse solo in un Classico come Casablanca) che di fatto zittisce i nemici nazisti prima dell’inaspettata prodezza del goffo Hatch. Il film mette sullo sfondo, non senza riferimenti sottilmente velati, gli orrori dell’occupazione nazista e, alla fine, quasi sembra voler cercare una redenzione del popolo tedesco nella figura dell’ufficiale ex-calciatore Von Steiner, un bravissimo Max Von Sydow, che, dopo il magnifico pareggio di Fernandez, applaude anche lui alla vittoria dei prigionieri e con sguardo ammirante osserva la fuga che avviene grazie ad un risvegliato popolo francese ribelle alla dittatura.

LA VERA VITTORIA Per comprendere appieno il messaggio del film bastano le parole pronunciate nell’intervallo della partita da Pelè per convincere Stallone a rinunciare alla fuga e proseguire il gioco:

«Hatch, se scappiamo ora, perdiamo più di una partita.»

Oggi siamo abituati a vedere il calcio, per non dire tutto lo sport, principalmente come spettacolo per fare business magari cercando più intrigo nella mondanità fuori dal campo degli atleti invece che sulle effettive capacità sul terreno di gioco. Pertanto, può essere di insegnamento, specie in questo presente sempre più votato alla forma esteriore della vita, ricordare quanto anche nello sport valgano il sacrificio e la determinazione per ottenere la vera vittoria che non è un semplice trofeo, un profitto o una vita agiata, quanto la sudata conquista di essere uomini liberi e non semplici giocattoli di un sistema sempre più degradato e degradante.

I veri campioni sono quelli che vengono dal basso e, ottenuta la vittoria, non dimenticano i bassifondi da dove sono riusciti ad emergere.

Un Classico indimenticabile considerato dalla critica un vero cult del Cinema sul calcio.

Vittorio Paolino Pasciari

Classe '86, nolano DOC. Laureato in Lettere Classiche, appassionato di cinema, letteratura e teatro.