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“Instinct”: a metà tra Cinema e Filosofia, cult con Anthony Hopkins

Instinct – Istinto primordiale è un film del 1999 diretto da Jon Turteltaub. La pellicola è liberamente ispirata ad un racconto scritto da Daniel Quinn intitolato Ishmael ed ha per interpreti principali Anthony Hopkins (Ethan Powell), Cuba Gooding Jr (Theo Caulder), Donald Sutherland (Ben Hillard), Maura Tierney (Lynn Powell), George Dzundza (dottor John Murray), John Ashton (Dacks), John Aylward (Warden Keefer), Rex Linn (Alan), Thomas Q. Morris (Pete), Doug Spinuzza (Nicko), Paul Bates (Bluto), Christopher John Harris (William) e Rod McLachlan (Anderson). Il film ha ricevuto delle critiche miste: il sito Rotten Tomatoes gli ha dato un punteggio di 27% (su 66 recensioni), Metacritic assegna un punteggio di 43/100 (basato su 23 recensioni). E con un incasso di circa 34 milioni di dollari su un budget di 80 milioni è risultato un flop al botteghino. Nel 2000 il film ha vinto il premio Genesis Award per i temi a favore del diritto degli animali.

TRAMA Miami, USA. Lo scienziato Ethan Powell viene rinchiuso in un manicomio criminale con l’accusa di omicidio plurimo. L’uomo si è chiuso nel silenzio più completo, non accetta di comunicare con nessuno e reagisce in maniera animalesca alle ingiurie e percosse dei secondini. Theo Caulder è un giovane psichiatra in carriera che decide di analizzare il caso di Powell. Deciso più che mai a far parlare il suo paziente, Caulder riesce, dopo una serie di tentativi infruttuosi, ad entrare in comunicazione con Powell. Lo scienziato, solo in apparenza impazzito, rivelerà al giovane medico una verità sconvolgente che gli aprirà gli occhi sulla vera follia rappresentata dalla civiltà.

ANALISI Un giovane ed ambizioso psichiatra si trova ad affrontare un caso particolarmente complicato che potrebbe valorizzare le sue abilità in erba. Questa è la premessa che avvia una trama in cui l’azione scorre lenta, alternando il percorso in cui procede la terapia ai flashback dei ricordi del paziente. L’iniziale corazza del mutismo di una follia senza cura viene pian piano abbattuta dalla determinazione del giovane dottore. Da quel momento il tipico salto di qualità per una brillante carriera si rivela un’occasione unica per scoprire e sgretolare il muro di fallaci ambizioni di una civiltà che, ossessionata dall’illusione del controllo, non fa altro che dissimulare il suo senso di impotenza e la sua paura di fronte alla Natura che gli ha dato la vita. Con crudele realismo viene denunciata la prepotenza dell’uomo-dominatore-distruttore attraverso la figura dello spietato secondino che non esita ad usare violenza contro pazienti più spaventati che violenti. E quando la speranza di poter ridare la libertà all’antropologo si infrange davanti all’ultimo trauma, un tocco di commovente riscatto si pone come finale di una storia che ha molto da insegnare ma che forse la civiltà odierna non capirà mai.

PRENDI o LASCIA Il libro a cui è ispirato questo film si intitola Ishmael e la più recente traduzione italiana è di Mauro Gaffo per l’editore Ortica Editrice (2018). Il titolo prende il nome dal protagonista, un gorilla di immensa saggezza, che fa la sua apparizione nella vita di un uomo come tanti, animato da un grande desiderio di conoscenza. Ishmael racconta al suo discepolo la storia stessa dell’uomo, non limitata entro i confini di una breve esistenza, ma estesa a tutto l’arco temporale della vita della Terra. “È destino dell’uomo governare il mondo? O c’è un destino più alto che possa portarlo a vivere in armonia con la Natura?”. Le domande esistenziali che il gorilla pone al suo allievo conducono questi a comprendere sé stesso e il mito della “civiltà del progresso” che l’uomo si racconta da millenni e che è alla base della folle corsa verso la sua autodistruzione.   

Daniel Quinn (2013)


Daniel Quinn
(1935-2018) è stato uno scrittore statunitense conosciuto per il suo libro Ishmael che gli garantì la vittoria al Turner Tomorrow Fellowship Award 1991, un concorso istituito dall’imprenditore Ted Turner per romanzi che proponessero soluzioni originali a problemi globali come la crisi ambientale e la fame nel mondo. Egli preferiva definirsi un critico culturale perché nei suoi libri esamina principalmente quella che lui definisce “mitologia culturale”, ovvero la cultura implicita su cui la nostra civiltà è basata e ne mette in luce le falsità scientifiche e le fallacie logiche.

In sostanza, egli divide gli esseri umani, sulla base dei loro antitetici modi di considerare sé stessi e i mondo, in due categorie: PRENDI (noi umani civilizzati) e LASCIA (gli umani che vivono in culture tribali). I LASCIA sono convinti che l’uomo appartenga al mondo, luogo essenziale per la vita che deve quindi essere preservato e tutelato, e riconoscono che l’uomo è solo una specie tra milioni, senza particolari privilegi o doveri. I PRENDI invece, che discendono dalla Rivoluzione Agricola (circa 10000 anni fa), considerano il mondo una proprietà dell’uomo e ritengono di poterlo sfruttare e modificare a piacimento, convinti che gli esseri umani appartengano a un piano di esistenza superiore e separato rispetto alle altre specie per via della loro intelligenza (convinzione comunque quasi sempre latente e raramente espressa esplicitamente). Quinn afferma che la mitologia culturale PRENDI, ossia la nostra, è evolutivamente instabile e nociva e avvisa che non può che finire con il causare l’estinzione della specie umana, se non verrà riconosciuta la sua falsità.  Per questo lo scopo dei suoi libri, saggi e discorsi è smentire queste fallacie culturali.

Tuttavia l’autore stesso precisa che la distinzione fra PRENDI e LASCIA non significa affatto che una sia migliore/peggiore dell’altra: se i Lascia vivono in modo ecosostenibile ed egualitario è perché hanno ereditato il loro modo di vivere dai loro antenati e lo applicano senza badare alle conseguenze; noi Prendi applichiamo il nostro modo di vivere non perché siamo malvagi ma perché non conosciamo altro modo di vivere e non ci rendiamo pienamente conto delle conseguenze negative che esso ha per l’ambiente e per noi stessi. In ognuno dei due contesti ci sono esseri umani qualitativamente identici, tutti capaci di essere avidi, egoisti, meschini, intellettualmente miopi, sciocchi, invidiosi ecc.  In definitiva, la natura umana, con tutti i suoi difetti e le sue virtù, rimane la stessa: ciò che crea distinzione è il modo di vivere. E questo è un bene, in quanto per salvarci dall’estinzione non bisogna cambiare la nostra natura, cosa attualmente impossibile e comunque dalle conseguenze impossibili da prevedere se anche lo fosse.

Ciò che Quinn intende affermare è che basta semplicemente cambiare modo di vivere per impedire la distruzione del mondo e la nostra estinzione. Ed il primo passo per arrivare a questo cambiamento è smentire la mitologia culturale della nostra civiltà, rinunciare all’illusione del falso diritto di dominio, controllo e sfruttamento sconsiderato dell’ambiente e imparare, o meglio riscoprire la convivenza ecosostenibile senza che ciò comporti, cosa di per sé impossibile, frenare il progresso tecnologico, sociale e culturale. Scopo ultimo è arrivare, senza dipendere da istituzioni o governi, a nuovi modi di vivere, ecologicamente sostenibili e socialmente soddisfacenti per tutti (anziché solo per pochi fortunati), egualitari e pacifici. Scopo dei questa critica della civiltà è arrivare a moderne tribù dotate di tecnologia, ricerca scientifica e ogni pregio del nostro stile di vita civilizzato, ma che siano anche ecosostenibili, eque e non basate sull’etnia, bensì sulle preferenze personali di ognuno.

 “il cibo non dovrà essere sotto chiave”

Nel suo Nuovo Tribalismo, Quinn ipotizza che ogni individuo dovrebbe essere libero di vivere come preferisce e se un certo stile di vita non lo soddisfa dovrebbe essere libero di abbandonarlo, modificarlo, adottarne un altro radicalmente diverso. Ovvero, le persone non dovranno essere costrette a vivere in un certo modo sotto la minaccia di morte sociale e/o fisica, come avviene nel nostro stile di vita PRENDI, in cui ognuno o contribuisce a perpetuare lo stile di vita implicitamente imposto quando troviamo un posto nell’economia (un lavoro), oppure si viene marchiati come reietti per morire di fame (“chi non lavora non mangia”).

A dispetto di quanto una mente lenta potrebbe intendere, Quinn non odia la civiltà in sé, quanto piuttosto è un critico (e di tipo costruttivo) di essa. Mentre individua e analizza lucidamente e senza indorare la pillola tutti i difetti della nostra civiltà PRENDI, ne riconosce comunque anche i vantaggi (il progresso scientifico, artistico, filosofico, medico, ecc.) e propone possibili soluzioni ai suoi problemi. Nella sua analisi critica Quinn non propone di distruggere o rendere illecito lo stile di vita PRENDI, né di perseguire chi lo vorrà praticare anche in presenza di alternative. Scopo principale resta quello di trovare nuovi modi di vivere, non di annientare quello vecchio. In definiva, Quinn propone, NON IMPONE, nuovi modi di vivere ed è contrario non allo stile PRENDI in sé, ma a qualunque forma di omogeneità culturale.

RINUNCIA E SPERANZA Forse non è difficile comprendere perché alla sua uscita questo emozionante film-denuncia è stato messo alla berlina da critica e da botteghino. La sola presenza di un pilastro della celluloide come Sir Anthony Hopkins (Il silenzio degli innocenti), qui affiancato da un bravissimo Cuba Gooding Jr (Jerry Maguire), basta a capire che si tratta di una storia da vedere. Ma il messaggio espresso con una schiettezza che non fa sconti a delineare la vera bestialità dei peggiori elementi “civili” è fin troppo chiaro perché la nostra piccola e miope mente PRENDI possa subito comprenderlo senza farsi un profondo esame di coscienza.

Decimati dalla pandemia del nostro secolo, consumati giorno per giorno dalle diossine da noi stessi prodotte, spezzati dalla più che legittima furia degli elementi di un pianeta da troppo tempo martoriato, soggiogati dalla nostra fame di futili comodità offerte dall’abuso di un progresso tecnologico che, corrotto dal dio-denaro, provoca un regresso di mente e cuore quasi del tutto irreversibile: mai come adesso si assiste alla dimostrazione della nostra piccolezza che solo per poco riesce a rinunciare ai piaceri del progresso e alle necessità imposte dall’economia corrente per salvaguardare una salute sempre più a rischio.

Quelle brevi ma significative immagini di una Natura torturata che riprende il suo legittimo dominio su una civiltà meritatamente isolata fra le sue mura fanno da perfetto riflesso alla suggestiva scena, vissuta attraverso i flashback del paziente, dello scienziato accolto dai primati nella giungla e del giovane psichiatra che, nel finale, riscopre la bellezza della Natura lasciandosi accarezzare dalla pioggia sotto casa. Forse non avremo mai il coraggio di superare la paura di rinunciare all’illusione del controllo e del dominio sulla Natura che ci ha dato la vita e che, unita al vero progresso culturale – quello che non mira al business ma alla crescita interiore – ha  ancora molta bellezza da offrire ai suoi indegni figli se solo imparassimo più a convivere con Essa e a rispettarne il delicato equilibrio.

Ma la speranza, anche di pochissimi, è l’ultima a morire, specie se alla fine di questa nuova pandemia ci ritroveremo davvero in pochi a fare i conti con la fine dell’economia in conseguenza di un nuovo e più lungo lockdown da imporre per l’incoscienza dei molti di noi che ancora una volta avranno posto l’economia ed il piacere sopra la vita e la salute dell’umanità e del pianeta.

FILM DA VEDERE.

Vittorio Paolino Pasciari

Classe '86, nolano DOC. Laureato in Lettere Classiche, appassionato di cinema, letteratura e teatro.