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Il Coronavirus non è una serie tv di Netflix

Avrebbe voglia di un caffè con gli amici chi da casa propria, sorseggiandolo ugualmente, sonnecchiando davanti a una noiosissima serie tv di Netflix, aspetta ansioso la fine della propria lussuosa e viziata quarantena. Spera di sopravvivere, pur senza aver neppure fiato per sospirarlo, chi è in terapia intensiva in qualsiasi ospedale del mondo, messo ko da un nemico che non avrebbe potuto riconoscere, forse mimetizzatosi in un abbraccio, in un colpo di tosse amico, nello sbadiglio di un anonimo scostumato di passaggio. L’itinerario del destino è a noi sconosciuto.

La prospettiva veicola le priorità: sono diverse, le nostre, a seconda dei casi. Chi sta perdendo contro la noia neppure sospetta, nonostante i bombardamenti mediatici, cosa stia provando chi altrove tenta di salvare vite mettendo a rischio la propria, di esistenza, che vale come quella di tutti gli altri ma ora è molto più fragile, oltre che preziosa. Soffre anche chi sta bene, è in salute e respira a pieni polmoni, ma dentro soffoca, è in preda al panico, perché il lavoro potrebbe evaporare come i sacrifici a cui ci si è aggrappati per raggiungere un traguardo ribelle che ora rischia di allontanarsi di nuovo.

Dovrebbero ritenersi fortunati quelli che oggi hanno anche solo la possibilità di esprimerlo, un pensiero, o un ingenuo parere del quale volentieri gli altri farebbero a meno. Che sia sui social oppure a voce, da un balcone di casa adibito a festa o sul proprio egocentrico profilo ricco di banalità e retorica. Cosa sarà mai starsene anche altri due mesi in casa, al caldo, coccolati dal confort, indecisi su come trascorrere il tempo che per altri, per chi soffre, non è più così scontato. Come l’abbraccio di chi non hai mai stretto come avresti dovuto. E potuto.

Fabio Tarantino

Giornalista e speaker, voce di Radio Punto Zero