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Chiamiamo l’emergenza coronavirus con il suo nome: è una guerra

4032 morti in Italia, oltre 10mila in tutto il mondo. La pandemia da coronavirus ha un nome ben preciso: è una guerra. Non lo dice solo il dato dei morti, diverse determinanti devono farci pensare che stiamo vivendo una nuova fase della nostra vita che non può in alcun modo essere sottovalutata. La guerra è un conflitto combattuto contro un nemico, di solito conosciuto, visibile, tangibile. Il nuovo coronavirus Covid-19 è invece sconosciuto, invisibile, sia per la sua inconsistenza fisica che per la conoscenza medica che si ha di esso, ancora purtroppo insufficiente. Un nemico che crea paure, disparità e che porta a fratture economiche e sociali.

Al fronte, nei pronto soccorso e nei reparti d’ospedale, il nostro esercito fatto di medici, infermieri e volontari della Protezione Civile combatte contro migliaia di “soldati coronavirus”. Parassiti, subdoli, invisibili. Dietro le quinte scienziati e ricercatori si affannano per cercare una cura, in strada esercito e forze dell’ordine tentano di bloccare quegli atti di defezione di cui ancora sentiamo parlare. I governi regionali richiamano in attività migliaia di infermieri e dottori in pensione, come fossero nuovi rinforzi da inviare in trincea. I media ci regalano nuovamente, ed in una forma del tutto nuova, quegli appuntamenti rituali con i leader. Nelle camere mortuarie ci sono già migliaia di morti, senza un fiore, senza l’ultimo abbraccio dei familiari, con l’ultimo sguardo rivolto ad un’infermiera senza volto e che, magari, sotto quella mascherina gli aveva regalato l’ultimo sorriso.

E i morti sono tanti, al punto che a Bergamo i camion militari hanno dovuto trasferire le bare in altri comuni, come fossero conserve di pelati in viaggio verso il prossimo ingrosso. Sono numeri, per tanti invece erano il tutto. Alla fine, quando si potrà analizzare il vero tasso di mortalità giudicando chi è davvero morto solo a causa del coronavirus, dovremo ugualmente ricordarci di portar rispetto a coloro che, nel 2020, hanno avuto una morte da Seconda Guerra Mondiale, sul campo di battaglia. Dovremo ricordarci di quei dottori che, dal fronte, non sono più tornati e che nelle corsie hanno trovato la morte. Alla fine, anche questa volta, potremo contare i morti tra quelli più fragili. Anziani, malati, senzatetto, migranti, cittadini di quella parte di mondo che ancora non è al passo e ci sembra così tremendamente lontana.

I medici tuonano: “dobbiamo decidere chi salvare”. Se non è guerra questa. Si tratta di un termine duro, pauroso, che trafigge. Tuttavia, uso questa parola non per creare panico ma per diffondere responsabilità. Stiamo vivendo la fase più buia degli ultimi anni e questo vale sicuramente per la mia generazione di giovani al di sotto dei 30 anni. Abbiamo avuto paura del terrorismo che non ci faceva viaggiare, della crisi economica che ci costringeva ad emigrare. Siamo sempre stati costretti a frenare la nostra corsa per paura ma non ci siamo mai sentiti davvero coinvolti, in pericolo. Ora lo siamo e solo tutti noi, fianco a fianco, possiamo uscirne, con coscienza e responsabilità. Dobbiamo rendercene conto.

Ricordiamoci ora di tutti i sorrisi rubati dalle mascherine, degli abbracci negati, dei saluti che avremmo voluto dare e che non abbiamo più dato. Riscopriamo i valori che la frenesia ci aveva fatto dimenticare. I sogni li lasciamo nel cassetto, per ora, ma quando tutto sarà finito, quando ci saremo tolti la mascherina e avremo visto di nuovo il sole splendere, potremo continuare a sognare e ad amare. Le guerre esistono, ma passano. Ne usciremo e dovremo ricostruire il nostro mondo, più bello di prima. Insieme, di nuovo.

Nello Cassese

Classe 1994, laureato in Scienze della Comunicazione, frequenta il corso di laurea magistrale Corporate Communication and Media all’Università degli Studi di Salerno. Appassionato di calcio e sport in generale, segue con interesse e impegno temi di attualità vari, in particolar modo quelli inerenti il sociale e il terzo settore. Giornalista pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania dal novembre 2016. Dal gennaio 2018 è direttore di 081news. Ha collaborato con il quotidiano online IlPopolareNews e con l'emittente televisiva nolana Videonola. Collabora come inviato sportivo per Il Giornale di Sicilia e come speaker radiofonico per Radio Antenna Campania.