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“Easy Rider” ci insegna che di fronte alla libertà la società trema

Easy Rider – Libertà e paura è un film del 1969, diretto ed interpretato da Dennis Hopper. La pellicola annovera tra gli interpreti principali, oltre al già citato Dennis Hopper (Billy), Peter Fonda (Wyatt “Captain America”) e, nel suo primo ruolo di successo, Jack Nicholson (George Hanson). Considerato dai critici il film-simbolo della “New Hollywood”, ha vinto il premio “miglior opera prima” al Festival di Cannes n. 22 ed ha guadagnato due nomination agli Oscar, rispettivamente per la miglior sceneggiatura e per il miglior attore non protagonista (Jack Nicholson). Nel 1998 è stato scelto per la conservazione nel “National Film Registry” della Biblioteca del Congresso degli USA ed è stato inserito dall’American Film Institute all’88o posto della classifica dei migliori cento film statunitensi di tutti i tempi (dal 2008 è inserito all’84o posto).

TRAMA Wyatt e Bill sono due giovani ribelli che, dopo aver trasportato un carico di cocaina dal Messico agli USA, investono parte del guadagno in due motociclette nuove e decidono di attraversare il deserto dalla California a New Orleans, per andare a vedere il Carnevale. Lungo il percorso vivranno alcune esperienze con persone incontrate casualmente, in particolare un hippy che li inviterà a trascorrere una serata nella sua comune ed un giovane avvocato alcolizzato, George Hanson, che si unirà ai due nel loro viaggio. Questa continua ricerca di libertà fra sesso, marijuana e pacifica reazione al sistema medio-borghese, è destinata a scontrarsi con i pregiudizi e l’intolleranza della bigotta società americana ed avrà un finale drammatico ed emblematico.

ANALISI DEL FILM Fin dall’inizio lo spettatore viene calato nell’azione che procede lenta attraverso il deserto americano. Due anime ribelli alla società vogliono vivere una libertà fatta di brevi istanti di evasione, passando da un piacere all’altro negli ultimi sprazzi del mondo hippie. Un terzo elemento si unisce ai due amici e viene iniziato alle illusioni della marijuana, prima di essere lui stesso la prima vittima della società vendicativa. Il desiderio di libertà e di ribellione si scontra inevitabilmente con una comunità che, forte delle sue convenzioni, condanna a morte per sempre chi sceglie di essere vivo fuori dalle catene del sistema.

UN NUOVO CINEMA USA All’inizio degli anni sessanta la produzione cinematografica di Hollywood stava affrontando una profonda crisi. Tale situazione era dovuta ad un brusco calo degli spettatori, attirati più dalla televisione, e dal successo di critica e di pubblico riscosso dai film provenienti dall’Europa. Il periodo in questione
vede un momento particolarmente prolifico soprattutto per il cinema italiano (commedia all’italiana e spaghetti-western) e per quello francese (Nouvelle Vague). Con il termine New Hollywood si vuole indicare la risposta del cinema made in USA a questa crisi, una risposta che si concretizzò in un grande rinnovamento nel circuito delle produzioni per il grande schermo.

Dal punto di vista finanziario e produttivo si pose fine alla classica integrazione verticale “produzione-distribuzione-esercizio”, dando così il via alla creazione di produzioni indipendenti. La più grande rivoluzione riguardò la figura del regista, da questo momento divenuto autore e con il pieno controllo sui suoi film. Si possono ritenere figli di questa svolta Martin Scorsese, Brian de Palma, Robert Altman, Woody Allen, Steven Spielberg, George Lucas, Michael Cimino, Francis Ford Coppola, Sydney Pollack, Hal Ashby, Bob Rafelson e Ralph Nelson. Come “figli acquisiti” dal vecchio continente si possono aggiungere all’elenco Roman Polański e Miloš Forman.

Per convenzione si considera l’inizio di questa nuova fase per il celluloide l’anno 1967 con l’uscita del film di Mike Nichols, Il laureato, con un magnifico Dustin Hoffman.

Il soggetto delle trame si concentra sulle vicissitudini di personaggi problematici che rispecchiano l’uomo qualunque. Da questo momento si affrontano, senza sconti, temi fin ad allora ritenuti tabù, ovvero la solitudine e l’inquietudine giovanili (Taxi Driver, regia Martin Scorsese), la sessualità esplicita della donna (Gangster Story, regia Arthur Penn), nuovi modi d’intendere i rapporti d’amore (Harold e Maude, regia Hal Ashby), la condizione difficile della donna nella società americana (Non torno a casa stasera, regia F. F. Coppola), una riflessione critica sulla storia delle minoranze etniche (Soldato blu, regia di Ralph Nelson) e sulla guerra (M*A*S*H. , regia di Robert Altman; Apocalypse Now, regia di F.F. Coppola) e con un uso molto fitto di turpiloquio (Conoscenza carnale, regia Mike Nichols).

Altra caratteristica del nuovo modo di fare cinema è la contaminazione dei generi classici. Il western raggiunse livelli di violenza mai visti con Sam Peckinpah (Il mucchio selvaggio), il poliziesco si fece più realistico con William Friedkin (Il braccio violento della legge) e Don Siegel (Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo), il dramma urbano rispecchiava la realtà delle metropoli americane con Martin Scorsese (Taxi Driver), il cinema bellico si mescolò alla commedia con Robert Altman (M*A*S*H.), il musical si fece più cupo e senza lieto fine ancora con Scorsese
(New York, New York) e la fantascienza, prima cupa e scientista, scoprì l’epico ed il meraviglioso con George Lucas (Guerre Stellari).

Su queste nuove tendenze iniziarono la loro gavetta interpreti leggendari come Robert de Niro, Jack Nicholson, Al Pacino, Dustin Hoffman, Gene Hackman, Warren Beatty, Robert Redford e Christopher Walken.

I personaggi femminili diventarono più forti ed indipendenti, senza tuttavia perdere la loro sensualità. In questo stile si rispecchiano perfettamente nei loro esordi Faye Dunaway, Meryl Streep, Diane Keaton, Liza Minnelli, Sally Field, Glenn Close, Glenda Jackson, Barbra Streisand, Jane Fonda e Gena Rowlands.

Un caso a parte è Marlon Brando, considerato l’unico esponente che ha lasciato un segno e ha fatto parte sia della New Hollywood sia della fase antecedente, ovvero il Cinema Narrativo Classico (1917-1963 circa).

La fine di questa nuova fase viene per convenzione collocata fra il 1975, anno dell’uscita di Lo Squalo di Steven Spielberg ed il 1981, l’anno di I cancelli del cielo di Michael Cimino. Se il capolavoro di Spielberg fu un meritatissimo successo di critica e pubblico per la Nuova Hollywood, allo stesso tempo segnò l’inizio della fine di questa fase, dando il via al fenomeno dei blockbuster con i quali i produttori tornano alla carica per puntare su film kolossal molto costosi. Nel 1980 uscì quello che è considerato l’ultimo capolavoro della fase Nuova: con il suo Toro Scatenato, Martin Scorsese dirige un superbo Robert de Niro in un drammatico biopic sul pugile Jack La Motta. Il flop del film di Michael Cimino segnò la fine del potere dei registi, privati del final cut e costretti a tornare a lottare con i produttori per avere il controllo completo dei loro film.

Un degno omaggio alla Nuova Hollywood lo si trova nel contesto del nono film, uscito questo mese nelle sale, del geniale Quentin Tarantino, C’era una volta…a Hollywood (la recensione la trovate QUI).

LA FINE DELLA CONTRO CULTURA Basterebbe citare le parole di uno dei figli della Nuova Hollywood, George Lucas, per capire il valore di questo manifesto in celluloide:

Più di ogni altro, quel film ha cambiato completamente l’idea per le corporation di che cosa fosse un film di successo, cioè che dovesse avere successo tra i giovani.

Il tema del viaggio attraverso i deserti del Sud statunitense rende questo film, per molti critici, il road movie per eccellenza ed indubbiamente il più celebre in assoluto su due ruote, mentre quello su 4 ruote che si avvicina in parte per contesto e per tematiche è forse Thelma & Louise, regia di Ridley Scott (la cui recensione la trovate QUI).

Grazie ad un sapiente uso della fotografia, la cruda bellezza del deserto rimane impressa nella mente dello spettatore assieme alle immagini psichedeliche durante la visita a New Orleans.

Le emozioni in crescendo sono scandite da una colonna sonora magnifica, composta da canzoni rock del periodo in questione, ovvero la fine degli anni ’60, fra cui celeberrima è Born to Be Wild degli Steppenwolf.

I due protagonisti, metafora del mondo hippy di fine anni ’60, sono malvisti dalla gente comune per il loro aspetto, il loro modo di vestire, di vivere e di comportarsi, pur essendo persone non violente che vanno per la loro strada senza creare fastidi.

Inserendo la trama nel contesto della cultura di controtendenza diffusasi nel 1968, Dennis Hopper mette in scena senza sconti la malinconica coscienza che un’epoca ed un sogno di evasione-libertà da una piatta società volgono al termine.

Il finale, a dir poco sconcertante, è stato messo in relazione con vari eventi drammatici dell’epoca, ovvero le morti di Martin Luther King e di Bob Kennedy, e simboleggia il mondo borghese tradizionale della middle class che si prende la sua rivincita sulla spensieratezza della generazione hippy.

LA CONDANNA DELLA LIBERTÀ È dalla bocca di un trentaduenne Jack Nicholson, durante un dialogo davanti al fuoco, che escono le parole che forse descrivono meglio il senso di tutta la storia qui narrata:

(George) «Ah sì è vero: la libertà è tutto, d’accordo… Ma parlare di libertà ed essere liberi sono due cose diverse. Voglio dire che è difficile essere liberi quando ti comprano e ti vendono al mercato. E bada, non dire mai a nessuno che non è libero, perché allora quello si darà un gran da fare a uccidere, a massacrare, per dimostrarti che lo è. Ah, certo: ti parlano, e ti parlano, e ti riparlano di questa famosa libertà individuale; ma quando vedono un individuo veramente libero, allora hanno paura.»
(Billy) «Eh la paura però non li fa scappare!»
(George) «No, ma li rende pericolosi.»

La libertà e la ribellione alla società sono metafore di una spensieratezza che insegna a vivere intensamente ogni istante contro l’opprimente schema delle convenzioni piccolo-borghesi. Non è un caso che gli assassini nel finale siano semplici cittadini invece di poliziotti.

Impeccabili sono gli interpreti principali, musiche che esaltano la suggestiva bellezza del contesto on-the-road (deserto e montagne), un finale sconvolgente che lascia aperto al pubblico il dubbio nichilistico di un dramma in crescendo.

La libertà dell’individuo, ovvero che tipo di condotta sceglie per sè stesso, sempre viene giudicata e repressa dall’invidia di un sistema bigotto che preferisce un’apparente libertà di comodo per continuare ad esistere.

Chi non è in grado di andare oltre l’apparenza, ovvero oltre l’uso di droghe, e chi non riesce per 94 minuti di proiezione a dimenticarsi delle convenzioni sociali, non potrà cogliere il profondo messaggio di questo manifesto generazionale.

CAPOLAVORO.

Vittorio Paolino Pasciari

Classe '86, nolano DOC. Laureato in Lettere Classiche, appassionato di cinema, letteratura e teatro.