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Le origini della diseguaglianza: Rosseau aveva chiarito la questione prima degli altri

Qualche giorno fa è stata celebrata la giornata del 1° Maggio, festa dei lavoratori. A tal proposito non si può non consigliare la lettura di un classico del pensiero illuminista del ‘700 in materia di lavoro e disuguaglianze per questa occasione: il Discorso.

Quando nel 1745 l’Accademia di Digione propose come tema l’origine della diseguaglianza fra gli uomini (e se fosse fondata sulla legge naturale), Rosseau presentava il suo Discorso, senza ottenere tuttavia alcun premio. L’opera riguardava le origini e i fondamenti della disuguaglianza fra gli uomini, e in un passo riportava: “Il primo che, avendo cintato un terreno, penso di dire questo è mio e trovò delle persone abbastanza stupide  da credergli fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassini, quante miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere umano chi, strappando i pioli o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: Guardatevi dal dare ascolto a questo impostore! Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno siete perduti“.

Oggi si fa molto parola dell’ideologia ipersecuritarianegli ultimi anni fortemente avanzata specialmente in Italia, per cui ogni proprietà privata o suo esercente potrebbe diventare padre-padrone anche armato non solo della sua terra, del suo magazzino o negozio (attività privata in generale) ma anche della vita e della morte di chi ci entra o ci esce, se non addirittura padrone influente delle vite delle comunità, dei territori e delle strade che vi sono attorno.

Jean-Jacques Rosseau fu uno dei maggiori esponenti dell’Illuminismo europeo e, in particolare, della corrente dell’Enciclopedismo francese, con i maggiori rappresentanti del quale fu in stretti rapporti, tra tutti Voltaire, Diderot e Montesquieu, a volte amichevoli ma spesso più ostili. Allo stesso tempo,  sottopose a una critica radicale i principi stessi dell’Illuminismo, colpendolo nelle sue tesi fondamentali  e nei suoi presupposti più essenziali, aprendo una nuova era della storia del pensiero: quella del Romanticismo.

Ciò che differenzia Rosseau dal pensiero degli altri Enciclopedisti è il diverso modo di valutare l’intelletto.  Se per quest’ultimi all’intelletto era affidata la guida della vita spirituale, per Rosseau esso non era altro che un aspetto della vita spirituale che si sviluppa tardi tanto nella vita del singolo uomo quanto nella vita della specie umana (come mostra nel Discorso sulla disuguaglianza), estendendo le sue radici in un più profondo complesso di tendenze, passioni, volontà innate che egli chiama la “natura dell’uomo” .

Secondo la concezione del lavoro di Rosseau ( parte seconda del discorso) è impossibile concepire che l’idea di proprietà nasca da altro che dall’idea di lavoro. È soltanto il lavoro che dà al coltivatore il diritto sul prodotto della terra che ha lavorato e, di conseguenza, sul fondo, almeno fino all’epoca del raccolto; il che, costituendo un possesso continuato, si trasforma facilmente in proprietà. Se l’uso del ferro e il consumo delle derrate alimentari fossero state perfettamente equilibrate – prosegue Rousseau – le cose sarebbero potute restare uguali. Ma una simile proporzione si ruppe ben presto. Una proporzione del genere, in quanto non sorretta da nulla, si ruppe ben presto: il più forte lavorava di più, il più abile traeva maggior rendimento dal suo lavoro, il più ingegnoso trovava i mezzi per abbreviare il suo lavoro. Il contadino aveva più bisogno di ferro, oppure il fabbro più bisogno di grano; lavorando ugualmente, l’uno guadagnava molto mentre l’altro faticava a vivere. Così la diseguaglianza naturale si dispiega insensibilmente per opera di quella prodotta dal caso, e le differenze tra gli uomini, sviluppate dalle circostanze, divengono più sensibili, i loro effetti più permanenti e cominciano proporzionalmente a influire sulla sorte degli individui.

È evidente che il pensiero di Rosseau riguardo il lavoro e le diseguaglianze materiali e sociali che da esso scaturiscono sono relative ad un’era lontanissima da quella attuale. Il lavoro oggi, soprattutto con l’avvento del digitale, è profondamente cambiato, sia per i lavori manuali  che quelli intellettuali, dei servizi, etc. Ma ciò che rimane debole e scarsamente riconosciuto alle giovani generazioni è ancora il diritto al lavoro.

Oggi, a tutelare il primo dei diritti sociali, ovvero quello del lavoro, è rimasta soltanto la Costituzione Italiana. L’art. 4 – comma 2, sancisce il diritto al lavoro come mezzo necessario per l’affermazione della personalità dell’individuo e, allo stesso tempo, come strumento di progresso materiale e sociale. Il diritto al lavoro si configura quindi sia come diritto di libertà (nel senso che ogni cittadino deve essere libero di scegliere quale attività lavorativa svolgere) , che come diritto civico (nel senso che ogni cittadino ha il diritto di pretendere dallo Stato che si attivi per promuovere le condizioni che lo rendano effettivo) .

Annibale Napolitano

Classe '90, dedito ai temi legati all'ambiente e alla società nel suo insieme. Ha fatto studi classici, è appassionato di narrativa e di cinema.