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Inquinamento e non solo: cosa ha contribuito alla violenza del coronavirus?

Le ultime misure emergenziali messe in atto dal Governo in Italia per contrastare il virus hanno fatto molto riflettere sull’importanza di questo virus nelle nostre vite. E da lì molti, tra opinione pubblica e comunità scientifica, si sono posti una serie di domande. Prima tra tutte: perché proprio in Italia si raggiungono questi livelli di contagio e di vittime? Con umiltà, cercherò di spiegarlo con alla mano una serie di dati che è difficile smentire.

L’età media elevatissima nel nostro Paese, l’altissimo livello di inquinamento atmosferico di alcune aree (prima tra tutte proprio quella del focolaio italiano del virus, la Pianura Padana), l’alto debito pubblico italiano, così come la mancanza cronica di posti letto in terapia intensiva e in degenza ordinaria al Sud, provocati da anni e anni di tagli alla sanità pubblica, hanno fatto dell’Italia una vittima vulnerabile. Da non dimenticare poi i flussi turistici/migratori esteri ed interni che hanno contribuito alla diffusione del virus.

Come indicato da più di un indicatore statistico, l’età media della popolazione italiana è di 46,3 anni, la più alta in Europa, già di per sé il continente più vecchio del pianeta. La Pianura Padana è l’area più inquinata dal punto di vista atmosferico del continente europeo. Si stima che l’inquinamento atmosferico costi 1,8 anni di vita ad individuo, perfino più del tabacco e dell’alcool. Non per cercare una giustificazione a comportamenti umani che rischiano seriamente di aggravare il conteggio dei contagiati, dei ricoverati e delle vittime, ma anche la questione inquinamento da polveri sottili e No2 ha potuto contribuire all’epidemia in atto del virus respiratorio Covid-19.

Sovraffollamenti nei locali quanto nei mezzi pubblici, discoteche, concerti, spettacoli in teatro e cinema sono oggi più che mai un rischiosissimo veicolo di trasmissione di un virus subdolo che si trasmette ad una velocità che non conosciamo e l’ultimo decreto del Governo va nella direzione della chiusura totale, come già anticipato in altri articoli. Se è vero che conosciamo il tasso di letalità del virus (domenica 8 marzo ha raggiunto la percentuale record del 5,7% di decessi su numero totale di contagiati in Italia), non conosciamo purtroppo ad oggi però il tasso di contagiosità nella trasmissione tra individuo e individuo.

Sulla rete proliferano già da giorni analisi critiche di ciò che sta succedendo in Lombardia, in particolar modo, dove dinanzi ad un delle migliori sanità del Paese (e quella con più posti letto in terapia intensiva, circa 900 sui 5000 totali presenti in Italia ), c’è stato ugualmente un caso Codogno“, dove è stato possibile che il paziente 1 sia entrato in contatto con una “comunità pronta a diffondere il contagio” e tanti altri probabili importanti errori nella gestione del contagio e dell’ordine pubblico.

Altre  problematiche pregresse della sanità italiana ,che di sicuro non stanno aiutando in questa situazione di crisi, sono state: il progressivo rallentamento della crescita della spesa sanitaria sino al sostanziale azzeramento del tasso medio annuo, l’aumento dei costi per le famiglie in relazione alla spesa per cure, il taglio costante e continuo dei posti letto (diecimila in meno in 6 anni per quanto concerne la degenza ordinaria nelle strutture pubbliche) legato alla chiusura degli ospedali, il taglio dei dipendenti a tempo indeterminato del Sistema Sanitario Nazionale (40mila in meno in 10 anni). Tutte situazioni dettate da scelte politiche dei governi precedenti che rischiano di mettere in ginocchio il sistema sanitario nei prossimi giorni, in particolare del Sud Italia.

L’estensione delle prove tampone fatta sotto la spinta emozionale di decine di migliaia di cittadini preoccupati dall’emergere improvviso di un focolaio nel Paese con una delle migliori sanità al mondo, ha mandato poi immediatamente in crisi la capacità diagnostica delle Regioni più esposte, con i laboratori sommersi da migliaia di campioni, la cui analisi ha determinato comunicazioni alterate, date dalle autorità locali senza attendere i riscontri dell’Istituto Superiore di Sanità. Tutto questo mentre si ritardava o non si riusciva a contenere l’indole spasmodica e frenetica della gente a doversi muovere per forza da un posto all’altro della penisola.

Inutile fare anche oggi un bollettino dei contagiati, dei ricoverati, dei decessi e dei guariti, occorre buon senso e il rispetto di tutte le misure di precauzione almeno fino all’arrivo delle stagioni calde che potrebbero alleviare la situazione e mitigare la virulenza del virus (secondo il parere di alcuni infettivologi). Situazione simile a quella in Cina nel 2002-2003 per la Sars con l’arrivo dei mesi estivi, senza dimenticare i risvolti di questi giorni per il Covid-19 cinese: il 10 marzo in Cina i nuovi contagi sono stati appena 19, di cui 17 nella sola regione di Hubei, e a Wuhan sono stati chiusi tutti e 16 gli ospedali allestiti per l’emergenza epidemia.

Annibale Napolitano

Classe '90, dedito ai temi legati all'ambiente e alla società nel suo insieme. Ha fatto studi classici, è appassionato di narrativa e di cinema.