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Prima della Disney la magia riviveva con Cocteau: “La Bella e la Bestia”

Chiunque sia stato un bambino cresciuto con i Classici Disney non può non ricordare con piacere quello che ha per oggetto l’improbabile amore fra una bellissima e coraggiosa fanciulla ed una Bestia senza cuore in cerca di redenzione. Ma forse solo pochi conoscono a fondo la storia che ha ispirato il cartone ed una delle prime e più riuscite trasposizioni per chi ama il realismo di uno scenario da teatro prima dell’avvento del digitale. La Bella e la Bestia (La Belle e la Bête) è un film del 1946 diretto da Jean Cocteau e (non accreditato) René Clément che ha per interpreti principali Josette Day (Bella), Jean Marais (la Bestia / Splendore / il Principe), Mila Parély (Felicita), Name Germon (Adelaide), Michel Auclair (Ludovico), Raoul Marco (l’usuraio), Marcel André (il padre di Bella). La pellicola rappresenta il primo adattamento sonoro di una celebre fiaba riscritta, nella sua forma più celebre, da Jeanne-Marie Leprince de Beaumont nel 1756. Presentato in concorso alla prima edizione del Festival di Cannes (20 settembre-5 ottobre 1946) il film si è aggiudicato il Premio Louis-Delluc.

TRAMA Francia, XVII secolo. Un ricco mercante perde ogni possedimento a causa del naufragio dei suoi battelli. Nonostante questo le sue due figlie più grandi, Felicita e Adelaide, si ostinano a condurre una vita da gran signore, comprando abiti costosi e attorniandosi di lacchè al loro completo servizio. Ludovico, unico figlio maschio del mercante, dilapida al gioco le ultime ricchezze rimaste, compresi i mobili di casa portati via in pegno dall’usuraio a cui si è rivolto per risanare il debito. Bella, la più giovane delle figlie, sembra l’unica ad aver preso coscienza della tragica situazione in cui versa la famiglia e nonostante la corte di Splendore, aitante amico di Ludovico, preferisce condurre una vita da sguattera per stare vicino ai suoi cari. Una notte l’anziano padre, smarritosi in un bosco dopo un estenuante viaggio in città, si ritrova in un castello abitato da strane e simpatiche presenze che lo invitano a passare la notte lì. Il mattino seguente, mentre è in procinto di cogliere una rosa da portare in regalo a Bella, gli appare dinanzi il padrone del castello, un’orrenda Bestia. Onde evitare la morte per il furto della rosa il mostro impone al vecchio di barattare la sua vita con una delle sue figlie.

ANALISI DEL FILM L’azione scorre lenta e punta molto sull’impatto visivo attraverso immagini e musiche emozionanti. Lo spettatore viene catapultato in un emozionante viaggio in cui regna un magico equilibrio tra teatro, surrealismo e citazioni pittoriche. Da un iniziale contesto reale dove sembra dominare un’umanità logorata dall’avidità del lusso (le sorelle), si passa ad uno scenario onirico in cui la purezza di cuore (Bella) aiuta a sopravvivere ad una prigionia che pian piano farà emergere un’altra purezza, nascosta sotto una veste mostruosa, e porterà la protagonista a scoprire un’inaspettata ricompensa ad una vita di sacrifici.

DALLE PAGINE… Quello de La bella e la bestia è un tema ricorrente nell’immaginario artistico e letterario. La fiaba ha circolato per secoli in tutta Europa, sia in forma orale che scritta e, più recentemente, in adattamenti cinematografici. C’è chi individua una potenziale fonte di ispirazione in opere dell’antichità come la storia scritta da Apuleio, retore romano vissuto nel II secolo d.C., a noi pervenuta all’interno della sua opera “L’Asino d’oro” (o “Metamorfosi”): “Amore e Psiche”. Alcune fonti italiane attribuiscono una delle prime versioni stampate della storia ad un racconto di Giovanni Francesco Straparola scritto nel 1550 (“Il Re Porco“) all’interno della silloge “Le piacevoli notti”, forse ispirato ad un fatto vero avvenuto sulle sponde del lago di Bolsena, in provincia di Viterbo. Una versione francese della storia ebbe successo grazie alla rielaborazione (1697) in una delle storie contenute nella raccolta “I racconti di mamma Oca” di Charles Perrault, preceduto forse da qualcosa di simile nel “Pentamerone” di Giambattista Basile.

Ma è ancora dalla Francia che arriva la versione più celebre. La prima (1740) e più estesa versione di Madame Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve rappresenta un’aspra critica alla società contemporanea, in cui le donne erano costrette a sposarsi per convenienza con dei mariti che spesso erano mostri peggiori della Bestia. La seconda (1756) è sostanzialmente una riduzione della prima ad opera di Jeanne-Marie Leprince de Beaumont in cui, con lo scopo di offrire un racconto educativo rivolto principalmente a dei giovani alunni (l’autrice fu scrittrice e pedagoga), vengono eliminati tutti gli elementi tragici e scabrosi con la maggior parte dei personaggi secondari. La storia si riconduce ad una semplicità quasi archetipica, non meno emozionante, seguendo gli schemi delle numerose varianti precedenti.

La scrittura educativa francese del XVIII secolo elaborava storie di vita quotidiana dove le emozioni umane facevano da sfondo con l’elemento magico ridotto al minimo, eliminando tutto quanto fosse sanguinoso o crudele. Lo stile risultava sobrio e privo di ornamenti e la scrittura era in forma diretta e concisa. Questa della Beaumont è la versione considerata tradizionale della fiaba, la più diffusa e conosciuta, che ha ispirato tutti gli adattamenti e le versioni successive fra pagine, animazione e celluloide.

«Non si vede bene che con il cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi.» (Antoine de Saint-Exupéry)

Molte e diversificate sono le interpretazioni ricercate sul significato della fiaba. Ma forse proprio per la sua schiettezza quello più semplice è tanto difficile da accettare per delle menti incapaci di andare oltre la superficie: per imparare ad amare e, soprattutto, a farsi amare, bisogna sforzarsi di andare oltre gli occhi perché la vera bellezza non si vede con gli occhi. Una fedele ed emozionante traduzione italiana è offerta da Antonella Pozzi in un’edizione integrale con testo francese a fronte per la casa editrice THEORIA (2017).

«Oh! Diamine! – riprese la Bestia – Ho il cuore buono, ma resto un mostro.»
«Vi sono molti uomini ben più mostri di voi – disse Bella – preferisco la vostra immagine a quella di coloro i quali, dietro l’aspetto umano, celano un cuore falso, corrotto, ingrato.»

La lettura scorre veloce e, come la fiaba insegna che non è ciò che si vede che conta ma ciò che sta dentro, così le dimensioni (76 pp.) non contano per una storia capace di emozionare chi ancora crede nel valore del cartaceo da sfogliare.

… AL CELLULOIDE Se innumerevoli sono le revisioni della fiaba dopo la sua pubblicazione nel 1756, gli adattamenti cinematografici, dal muto del 1920 fino ai giorni nostri, non si contano.

«Ma lei lo avvertì di non fidarsi delle apparenze perché la vera bellezza si trova nel cuore.»

Una menzione a parte, forse la versione più nota dalla fine del XX secolo, merita il Classico d’animazione prodotto dalla Disney nel 1991 per la regia di Kirk Wise e Gary Troutdale. Appartenente alla fase nota come Rinascimento Disney (1989-1999) è il primo film d’animazione ad essere nominato all’Oscar nella categoria “Miglior film”. Rispetto alla fiaba originale molti sono i cambiamenti. L’elemento magico del principe maledetto in cerca di riscatto attraverso l’amore fa da contraltare ad un mondo in cui la donna libera e istruita si ribella alla condizione di moglie-trofeo pateticamente rappresentata dalla visione del villain di turno.

Del 2017 è la versione live-action del Classico animato, diretto da Bill Condon e con protagonisti Emma Watson (Belle) e Dan Stevens (Principe/Bestia). Se rispetto al cartone si possono notare dei punti in comune con la fiaba francese, in aggiunta ci sono nuove licenze che integrano la trama rendendola più intrigante e suggestiva grazie anche ad un sapiente uso del CGI unito ad interpretazioni impeccabili.

UN POEMA VISIVO DI GRANDE IMPATTO La versione di Cocteau ripropone fedelmente la critica della Beaumont contro la cultura (eccessivamente) razionale del secolo dei Lumi. Una grande cura del fattore estetico (il trucco della Bestia è all’avanguardia per l’epoca) delinea una climax ascendente di emozioni che colpisce l’occhio e soprattutto il cuore di chi è davanti allo schermo. Se in platea si rimane impressionati da una scenografia che colpisce con il suo realismo artigianale, sicuramente non si resterà indifferenti nel lasciarsi trasportare da una rappresentazione surreale resa ancora più suggestiva dal fascino del bianco e nero. Qualche giovane contemporaneo, così saturo di tecnologia digitale capace di offrire spettacolari emozioni, potrebbe trovare noiosa l’azione lenta della recitazione e ridicoli gli effetti speciali dell’epoca. Forse può scalfire qualche dubbio il consiglio che lo stesso regista offre allo spettatore nel preludio del film:

«I bambini credono a ciò che raccontiamo loro senza avere dubbi. Credono che una rosa raccolta da un giardino possa attirare il conflitto di una famiglia. Credono che le mani di una bestia umana fumino quando uccide una vittima e che questo causi vergogna alla bestia quando una giovane ragazza va ad abitare nella sua casa. Essi credono ad altre mille semplici cose e io vi chiedo ora, un po’ di questa semplicità infantile…»

Nella distribuzione italiana il film ha avuto due doppiaggi: nel primo si ha una traduzione quasi letterale dei nomi dei protagonisti (es. Splendore per Avenant, Bella per Belle), mentre il secondo adotta nomi differenti o omofoni (es. Armando per Avenant, Felicia per Felicita). Nel supporto DVD, pubblicato nel 2010 per la casa di distribuzione Sinister Film e disponibile in rete, sono presenti entrambi i doppiaggi.

CAPOLAVORO DA RISCOPRIRE.

Vittorio Paolino Pasciari

Classe '86, nolano DOC. Laureato in Lettere Classiche, appassionato di cinema, letteratura e teatro.