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“Il razzismo verso i cinesi è stata la nostra più grande sconfitta”

Più di 180mila casi in tutto il mondo, nelle ultime ore oltre 100 paesi hanno superato per contagi e morti la sola Cina. Il segnale è forte: il nuovo coronavirus Covid-19 non è solo un problema cinese. Ci coinvolge tutti, ci sta coinvolgendo tutti e lo ha sempre fatto, o almeno avrebbe dovuto. A gennaio accoglievamo la notizia di una nuova e sconosciuta malattia che mieteva vittime in Cina come una questione di poca rilevanza, non l’avevamo fatta nostra, i morti erano cinesi, lontani migliaia di chilometri da noi. Con l’aumentare dell’emergenza abbiamo cominciato ad avere paura, a vedere gli orientali come gli untori del mondo, a sputarli addosso, a picchiarli. Abbiamo perso il valore primario del vivere civile: la solidarietà tra i popoli. Quel bieco razzismo è stata la nostra più grande sconfitta. Troppo lontana la Cina per comprendere l’emergenza e la sofferenza. Avevamo gli occhi ed il cuore altrove.

Non sono un esperto, un virologo, un politico, sono solo una giovane ragazza che ha vissuto in qualche posto diverso da quello in cui è nata, pochissimi, se si pensa a quanto è grande il mondo“: comincia così la testimonianza di una giovane ragazza di Nola che nei primissimi istanti dell’emergenza era proprio in Cina, a Shanghai, per scrivere la sua tesi di ricerca.Circa un mese e mezzo fa sono tornata dalla Cina, credendo di essere sfuggita ad un incubo chiamato Covid-19. E invece no, sono ormai quasi due mesi esatti che inizio addirittura a conviverci. Per me, infatti, è la seconda “quarantena” che mi vede costretta in casa. La prima volta non mi venne imposto da nessuno, ma fui io stessa a decidere autonomamente di isolarmi in casa appena rientrata in Italia grazie a quel “senso civico” di cui si sta parlando più insistentemente del solito ormai da qualche giorno. Un senso civico che ho sentito in maniera più profonda che mai, angosciata come ero al solo pensiero di poter causare un danno al posto in cui sono nata e alle persone che amo“.

Medici cinesi sbarcati in Italia per aiutare nella lotta contro il coronavirus (credits: LA REPUBBLICA)

La sua è un’esperienza diretta, lontanissima se si guarda a quanto lentamente stiano passando questi interminabili giorni: “Nemmeno sapevo di possederla tanta accortezza e credo che in piccola parte mi sia stata trasmessa anche da coloro i quali mentre ero a Shanghai mi raccomandavano continuamente di limitare al minimo necessario le uscite e di stare attenta a salvarmi la pelle, di mettere la mascherina, i guanti e gli occhiali, di evitare il più possibile i mezzi pubblici, di pulire spesso le superfici, di non avere alcun tipo di contatto con le persone. I controlli all’interno del campus universitario dove vivevo c’erano, eccome. Ogni volta che rientravo mi veniva chiesta la student card raccontami veniva misurata la febbre con un dispositivo elettronico e mi veniva chiesto se ero stata fuori città. I primi giorni alcune attività erano ancora aperte ed io, per sentirmi più a casa in una situazione del genere, ne approfittavo per andare a mangiare la pizza al ristorante. Devo ammettere che non avevo assolutamente percepito la gravità della cosa, fin quando, giorno dopo giorno, Shanghai ha iniziato a svuotarsi sempre di più, le attività a chiudere, e le persone che avevo conosciuto mi mandavano messaggi di preghiera, augurandomi di uscirne sana e salva“.

La cultura cinese è molto diversa dalla nostraspiegaNei loro occhi potevo leggere sì tanta paura, ma allo stesso tempo anche una spiritualità profondissima che aiutava ad affrontare i problemi in una maniera completamente diversa, preoccupandosi per sé stessi e per il prossimo in maniera equilibrata. Ma, soprattutto, è caratterizzata da un senso del dovere ed una devozione alla propria comunità davvero invidiabile, contraddistinte da tanto sacrificio e determinazione per il raggiungimento del bene comune. Dicono che i posti nuovi ti cambiano se si è predisposti a ciò che gli altri hanno da insegnarti, ed è così. Ma si può imparare anche stando nel proprio luogo di nascita se solo si osservasse un po’ di più le culture che ci circondano, prima di giudicarle; se solo si rispettassero le diversità e se si fosse aperti agli altri, di qualsiasi origine essi sono. Abbiamo assistito ad attacchi infondati e psicosi da parte di noi italiani verso cinesi in Italia, verso un popolo che di fronte a tanto odio non ha fatto altro che porgerci la mano inviandoci medici e infermieri coraggiosi per aiutare i malati in Italia“.

Il riferimento è ai tanti casi di violenza gratuita ai danni di persone dai tratti orientali in Italia tra gennaio e febbraio (ne avevamo parlato in questo articolo), nei giorni in cui la paura vinceva sulla solidarietà e, probabilmente, si pensava ancora che il coronavirus potesse essere un affare solo cinese. “Tutto questo ci insegna che, soprattutto al giorno d’oggi, dove tutto si mescola, le disgrazie altrui sono anche le nostre e che il solo ed unico modo di affrontarle è quello di dotarsi di tanta umanità e di non pensare solo a sè stessi, ma anche agli altri. Questo dovrebbe insegnarci a non farci distrarre troppo dalla nostra quotidianità, ma di riflettere anche su ciò che accade nel resto del mondo, che non è poi così lontano come sembra e, se si può in qualche modo farne parte, aiutandolo“.

La Cina ha pagato un grande scotto ma sembra aver trovato la luce fuori dal tunnel. L’Italia, in attesa del picco, è chiamata a restare in casa e a conoscere quella quarantena di cui si sentiva parlare solo sui giornali. “Francamente non mi turba che un’altra settimana della mia seconda quarantena sia passata e non mi spaventa il numero incerto di giorni che ancora dovranno passare in casa a riscoprire la preziosità del tempo, un tempo che ci era stato un po’ tolto se ripenso alla frenesia delle nostre vite. Non potremmo far altro che apprezzarlo piuttosto che lamentarci. Penso, invece, a chi una casa dove stare non ce l’aveva e non ce l’ha. E certamente mi spaventa anche il danno economico che tutto ciò potrebbe avere su di noi, oltre a quello sociale, quando le acque si saranno calmate. Penso a chi stava investendo nei propri sogni ed ora deve tenerli un attimino accantonati. Ma soprattutto, e più di tutto il resto, penso a come se la passano infermieri e medici e le loro famiglie che, instancabilmente, sono all’opera per noi, i veri eroi in questo momento. Penso ai malati, alcuni dei quali sono giunti in fin di vita senza la minima possibilità di contatto con i propri cari. Nemmeno uno sguardo di conforto. Stanno lasciando questo mondo nella più agghiacciante solitudine“.

Messaggio di sostegno agli infermieri comparso a Firenze (credits ANSA/ CLAUDIO GIOVANNINI)

Ma penso anche al fatto che la mia generazione, e quella dei più giovani di me, come anche quella dei miei genitori, non ha mai attraversato un periodo così, e forse tutto quest’avvenimento è solo un modo per educarci e abituarci alle piccole rinunce. Forse solo i nostri nonni, quelli che più sono a rischio in questi giorni, possono insegnarci quest’arte dell’apprezzare le piccole cose. Forse tutto ciò che sta accadendoconcludeci insegnerà a ritenerci fortunati ogni giorno per ciò che abbiamo e a valorizzarlo. Forse ora che le strade e le piazze sono vuote, ora che la socialità ci è stata negata, solo ora faremo tesoro di quest’esperienza e ce ne ricorderemo quando, probabilmente con abitudini un po’ cambiate, ritorneremo alla nostra vita. Forse realizzeremo che la strada è fatta di persone, che quelle persone siamo noi e che siamo i primi a doverla amare, rispettando sempre la nostra vita e quella degli altri.“.

Negli ultimi giorni alcuni medici cinesi sono arrivati in Italia con le loro conoscenze e molte attrezzature. Nei giorni precedenti si sono viste tante iniziative solidali delle comunità cinesi di diverse città italiane. In un mondo in quarantena abbiamo scoperto che tutti sono coinvolti e il destino, spesso, ce lo ricorda nella maniera più beffarda. Il razzismo è stata la nostra più grande sconfitta, ma un’accresciuta solidarietà potrà essere la vittoria più soddisfacente. Quando tutto finirà, quando ci saremo rialzati, torneremo a sognare e viaggiare per il mondo, quel mondo che è di tutti e che non accetta divisioni.

 

[Foto credit: @复旦大学附属中山医院 on Weibo]

Nello Cassese

Classe 1994, laureato in Scienze della Comunicazione, frequenta il corso di laurea magistrale Corporate Communication and Media all’Università degli Studi di Salerno. Appassionato di calcio e sport in generale, segue con interesse e impegno temi di attualità vari, in particolar modo quelli inerenti il sociale e il terzo settore. Giornalista pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania dal novembre 2016. Dal gennaio 2018 è direttore di 081news. Ha collaborato con il quotidiano online IlPopolareNews e con l'emittente televisiva nolana Videonola. Collabora come inviato sportivo per Il Giornale di Sicilia e come speaker radiofonico per Radio Antenna Campania.