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“Cinderella Man”: il coraggio che insegna la nobile arte della boxe

Cinderella Man – Una ragione per lottare è un film di genere biopic del 2005 diretto da Ron Howard ed ispirato alla vera storia del pugile James J. Braddock, soprannominato dal giornalista Damon Runyon “Cinderella-Man“.

La pellicola ha per interpreti principali Russel Crowe (Jim Braddock), Renée Zellweger (Mae Braddock), Paul Giamatti (Joe Gould) e Craigh Bierko (Max Baer).

LA TRAMA New York, anni ’30. Il pugile Jim Braddock, dopo essersi ritirato dalla boxe in seguito ad una serie di sconfitte, non riesce a trovare un lavoro stabile che gli permetta di mantenere la sua famiglia. Costretto ad usufruire del sussidio di disoccupazione durante il Crollo del 1929, Jim decide di tentare il tutto per tutto tornando sul ring. Lenta e difficile quanto inaspettata è la rinascita sul tappeto del Madison Square Garden, tanto che il rinato campione viene considerato, come i giornalisti del tempo diranno, “una Cenerentola del ring” ed un autentico simbolo di riscatto per la gente dei bassifondi newyorkesi. Contro ogni pronostico, nonostante le reticenze dei dirigenti sportivi, grazie alle abilità del suo manager Joe Gould ed al suo profondo coraggio, Braddock raggiunge la grande occasione quando, il 13 giugno 1935, sale sul ring del Madison contro il campione dei pesi massimi Max Baer. Un incontro che consacra una carriera che sembrava stroncata e che ora gli consente di diventare una Leggenda del pugilato, oltre che un esempio di coraggio per chiunque versi in difficoltà insormontabili.


Il giovedì nero di Wall Street (24 ottobre 1929)

ANALISI DEL FILM L’azione scorre lenta e fa vivere allo spettatore, scena dopo scena, incontro dopo incontro, la profonda umanità e l’incrollabile determinazione del protagonista. In parallelo viene mostrata, senza troppi sconti, la drammatica realtà in cui versa il popolo americano che arranca dopo la Grande Depressione, attraverso le sofferenze degli operai dei bassifondi e del porto che lottano per sopravvivere (emblematica la scena degli scontri fra i poliziotti e gli operai che occupano Central Park). In questo clima di disperazione emerge la speranza di riscatto rappresentata dal pugile in apparenza finito che, pur di trovare un mezzo per aiutare la famiglia, non esita a tornare a combattere nonostante l’età e l’iniziale diffidenza delle autorità sportive. La lotta contro un sistema opprimente procede parallela a quella contro una fine che sembra inevitabile. Il coraggio del campione diventa la speranza della massa impoverita che, in un suggestivo e commovente finale, ritrova la forza per tornare a vivere con sacrificio e determinazione.

Jim Braddock

UNA CENERENTOLA DEL RING Originario di Hell’s Kitchen, un sobborgo di Manhattan, James Walter Braddock (1905-1974), campione del mondo dei pesi massimi nel 1935, è riconosciuto dalla International Boxing Hall of Fame come fra i più grandi pugili di ogni tempo. Saliva sul ring con il nome di James J. Braddock ma dopo una serie di sconfitte fu costretto, per mantenere la sua famiglia, a lavorare come manovale al porto durante la Grande Depressione. Dopo il suo penultimo incontro (22 giugno 1937), valido per il titolo e disputato a 32 anni contro un 23enne Joe Louis, il neo-vincitore afro-americano definì Braddock l’uomo più coraggioso contro cui avesse mai combattuto.

Jim Braddock contro Max Baer (13 giugno 1935)

LA NOBILE ARTE Fra tutti gli sport, il pugilato è forse quello in cui si realizza con più effetto, al di là di ogni schema improntato al business, la metafora della vita vera: una continua lotta contro le difficoltà più dolorose da affrontare da soli con la forza del proprio coraggio di andare avanti. Grazie ad interpretazioni impeccabili che mettono in risalto soprattutto i sentimenti e le speranze dei personaggi (memorabile la scena in cui Braddock, senza soldi per pagare l’affitto, va dai proprietari del Madison a chiedere l’elemosina) Ron Howard offre un drammatico ma suggestivo affresco di un popolo che lotta per sopravvivere. Otto anni dopo, in Rush (2013), il regista affronterà di nuovo in maniera superba il genere biopic attraverso lo sport che forgia il carattere (Formula 1 in questo caso), assieme al tema della rivalità che si trasforma in un’improbabile quanto sincera amicizia che unisce due caratteri agli antipodi.

REALTÀ E FINZIONE Nonostante i buoni giudizi di critica e pubblico il film alla sua uscita ha riscosso un successo relativamente scarso al botteghino mentre gli storici della boxe ed i parenti di Max Baer hanno rimproverato al regista la versione “cattiva” offerta dell’avversario di Braddock. Al di là delle critiche, più che legittime, il film è un buon prodotto e offre una magnifica e suggestiva descrizione della lotta contro avversità ai limiti della sopravvivenza e dello sport come mezzo di riscatto.

I pugni si dànno, i pugni si prendono. Questa è la boxe. Questa è la vita. E io nella vita ne ho presi tanti di pugni, veramente tanti… Ma lo rifarei, perché tutti i pugni che ho preso sono serviti a far studiare i miei figli. (Primo Carnera)

In qualunque modo si scelga di vivere (lo sport, le parole, la fede, la cultura ecc.), la vita vera, quella che inizia quando esci fuori dall’infanzia, è una continua lotta su di un percorso che va in salita contro avversità che possono metterti k.o. quando meno te lo aspetti. Il vero vincitore è chi lotta contro le avversità e, quando ha conquistato con sacrificio e determinazione la vetta, non dimentica le sue umili origini e chi lo ha aiutato nel momento del bisogno.

FILM DA VEDERE.

 

 

Vittorio Paolino Pasciari

Classe '86, nolano DOC. Laureato in Lettere Classiche, appassionato di cinema, letteratura e teatro.