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“C’era una volta a… Hollywood”: anche Tarantino è cresciuto

Con un ritardo di quasi due mesi rispetto agli Stati Uniti, finalmente il nono film di Tarantino sbarca (e sbanca) anche da noi. Ed è subito una pioggia di citazioni, fin dal titolo, quel C’era una volta a… Hollywood che riecheggia apertamente le opere di uno dei registi di riferimento di Tarantino, il nostro Sergio Leone nazionale, maestro indiscusso dello spaghetti western (con buona pace di Sergio Corbucci, che deve accontentarsi di essere il “secondo miglior regista di spaghetti western al mondo”). Un film che ha diviso pubblico e critica come non mai, suscitando parecchie polemiche. Ma cerchiamo di capirci qualcosa.

TRAMA Nella Los Angeles del 1969 si muovono Rick Dalton (Leonardo Di Caprio), attore in declino dopo il passaggio dal piccolo al grande schermo, e Cliff Booth (Brad Pitt), stunt di lunga data e inseparabile amico di Rick, per il quale fa da controfigura, autista, galoppino e chi più ne ha più ne metta. Entrambi stanno lottando per restare a galla in una Hollywood che sta cambiando e sembra tagliarli fuori. Nel pieno dello sconforto, Rick fantastica di dare una scossa alla sua carriera entrando nelle grazie dei suoi nuovi vicini, il regista polacco Roman Polański, salito alla ribalta dopo Rosemary’s Baby, e la sua splendida moglie Sharon Tate (Margot Robbie), astro nascente del cinema mondiale. Ma l’ombra della famigerata Manson Family sembra gravare su tutti loro.

Diciamolo subito: chi si aspetta il classico film tarantiniano vomitante splatter e logorrea, probabilmente rimarrà deluso. C’era una volta a… Hollywood è il film meno immediato di Tarantino. Il più impegnativo. Il regista di Knoxville per una volta non si rivolge a un pubblico qualunque, ma ne presuppone uno dal palato più fine, che abbia un minimo di dimestichezza col cinema in generale e col contesto storico in particolare. In questo senso, e solo in questo senso, il film non è autosufficiente, ma ha bisogno di attingere dall’esterno, dal momento che dà per scontata la preconoscenza dello spettatore riguardo gli eventi reali relativi alla Manson Family e all’eccidio di Cielo Drive. Nulla infatti viene spiegato. Lo stesso Charles Manson (interpretato da Damon Herriman, che peraltro era già stato interprete di un più anziano Manson nella serie tv Mindhunter) appare solo brevemente e non è mai direttamente chiamato per nome. Ma, se nella cultura americana i fatti di cronaca relativi all’omicidio Tate fanno parte del bagaglio culturale comune, al di fuori degli USA ciò non è detto. Ecco perché risulta indispensabile non entrare in sala impreparati: se non conoscete (almeno a grandi linee) questa triste pagina di storia, correrete il rischio di perdere le coordinate e venir meno alla tensione drammatica che la conoscenza di quei fatti restituisce e che scandisce tutto il girato a mo’ di countdown. Oltre a non cogliere il senso forse più profondo del film, che a nostro parere risiede nel cosiddetto revisionismo storico tarantiniano. Un’operazione ucronica di “correzione” della realtà, non del tutto inedita a dire il vero, dato che la ritroviamo già in Django e Bastardi Senza Gloria. È il cinema che riscrive la storia per mostrarla come avrebbe dovuto o potuto essere. E allora le vicende assumono il sapore di una favola, con tanto di lieto fine per Sharon Tate. E di colpo quella gloriosa stagione cinematografica, che sembrava essere morta con lei, sembra resuscitare. Delicata dichiarazione umana e autoriale da parte di Tarantino che sovrascrive con l’onnipotenza della Settima Arte uno dei capitoli più oscuri della recente storia americana. E il pensiero, fatte le debite differenze, vola a Lynch che nell’ultima stagione di Twin Peaks riscrive la storia di Laura Palmer per sottrarla al suo destino ingrato (e, guarda caso, anche lì il piano della realtà si interseca con quello della finzione filmica). Un’operazione davvero commovente. E densa di significati.

Tarantino ama il Cinema e ne celebra la potenza creativa e immaginifica, capace di lasciare una traccia nell’animo delle persone e, in questo senso, di cambiare veramente il mondo. C’era una volta a… Hollywood è una grandiosa operazione umana e metacinematografica che si muove fra realtà e finzione, riflettendo Godard sul rapporto fra i due termini e sull’essenza ultima della Settima Arte.

Il regista continua a muoversi all’interno dell’universo narrativo da lui creato, come dimostra la gustosissima scena aggiuntiva post-credit riguardante le sigarette Apple e le altre numerose autocitazioni, un’autoreferenzialità che invero molti hanno scambiato per autocelebrazione (il confine in effetti è labile). Per quanto ci riguarda, rigettiamo l’accusa: quello è il suo mondo ed è lì che lui ci vuol portare con tutti quei rimandi. E noi vi ci troviamo benissimo.

Pulp Fiction era ed è un capolavoro, ma un capolavoro come può essere partorito da un trentenne. C’era una volta a… Hollywood è invece il prodotto di una mente più matura e riflessiva (e anche più malinconica) e che forse sta arrivando per davvero al capolinea del suo percorso artistico. Una pellicola dal sapore quasi crepuscolare, scandita da ritmi meno frenetici, sicuramente meno scintillante a primo impatto, ma certo più consapevole, frutto di una visione sopraggiunta negli anni, come del resto testimonia lo stesso Tarantino quando dice che dopo essersi sposato (da scapolo incallito qual era) la sua visione della vita e del lavoro risulta irrimediabilmente cambiata.

Splendida la ricostruzione della Hollywood che fu e che oggi sembra dimenticata, con le feste a casa Hefner, la cultura hippie, la Manson Family, gli spezzoni di film e serie con lo stile di allora, i manifesti, le insegne e tutto il resto. Qualche puntiglioso sostiene che la vera Hollywood di quegli anni non fosse esattamente così come viene rappresentata. Ma non ci importa del documentarismo: noi vogliamo la visione dell’autore. Tarantino ci dà la sua. Ed è la visione di uno cresciuto a pane e VHS. Sprizza amore da tutti i pori.

Non ci soffermeremo sulle centinaia di citazioni cinematografiche disseminate all’interno della pellicola, ricordando solo, fra le più gustose, i vari film e programmi televisivi realmente esistiti, come The Wrecking Crew, il film con la vera Tate che la Tate filmica va a vedere al cinema, o La Grande Fuga con Rick Dalton al posto di Steve McQueen.

Semplicemente sublimi le prove attoriali di Leonardo Di Caprio (che si esalta a entrare e uscire dai vari personaggi che è chiamato a interpretare) e Brad Pitt (il cui ruolo sembra calzargli a pennello), seguiti a ruota da Margot Robbie (benché il suo personaggio abbia poche battute e un minore approfondimento psicologico) e da una serie di comprimari che sarebbe davvero troppo lungo citare, ma che vanno a comporre un cast veramente stellare.

Si è parlato molto del modo in cui è stato rappresentato Bruce Lee (interpretato da Mike Moh), alla stregua di uno sbruffone pieno di sé che per giunta stava per prenderle da Cliff sul set de Il Calabrone Verde. Le accuse di razzismo e mancanza di rispetto mosse a Tarantino hanno peraltro trovato il riscontro di Shannon, la figlia di Lee, che si è dichiarata “scoraggiata” da questo modo caricaturale di rappresentare la figura paterna, considerandolo irrispettoso e assolutamente non necessario per l’economia finale del film. Molte sono le ipotesi sul perché di una tale scelta da parte di Tarantino, troppe per analizzarle tutte. Ci sembra però improbabile che l’intento del regista fosse quello di screditare gratuitamente l’immagine di Bruce lee, data la grande ammirazione che prova per la figura dell’artista marziale (ribadita più volte nei suoi lavori, Kill Bill in primis).

Si è parlato molto anche della magnifica sequenza del massacro finale, certamente la più tarantiniana, criticata però proprio per il suo carattere grottesco e scanzonato, considerato ancora una volta irrispettoso e fuori luogo rispetto alla reale tragicità degli eventi. Non si ride di una tragedia del genere. Che Tarantino l’abbia fatta davvero fuori dal vaso stavolta? Pur rispettando gli altrui pareri, siamo più inclini a credere nel valore catartico ed esorcizzante di quel “divertimento”, che si pone come coerente punto d’arrivo della sua ucronia.

Regia e montaggio al top, con carrellate a seguire e piani sequenza da urlo. Azzeccatissima la scelta delle canzoni, in pieno stile d’epoca: del resto, Tarantino non ha mai sbagliato una colonna sonora, su questo almeno siamo tutti d’accordo.

Dei film di Tarantino si è sempre detto che sono bellissimi giocattoloni, tecnicamente sublimi, ma privi di un contenuto o un messaggio reale. Nessuna riflessione profonda, puro e semplice spettacolo che vola sulle ali della leggerezza. Le cose sono cominciate a cambiare con Bastardi Senza Gloria (2009), passando per Django Unchained (2012) e poi con The Hateful Eight (2015). Qualcuno però non se n’era accorto. Non del tutto almeno. Serviva uno scossone in più. Adesso, con C’era una volta a… Hollywood, non ci saranno più dubbi.

Felice Sangermano

32 anni, appassionato di cinema e letteratura. Freelance blogger e scrittore. Autore preferito: Louis-Ferdinand Cèline. Sono un po' più allegro di lui però.