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Il caso Rackete ci porta a un bivio: tutela dei diritti umani o arbitrarietà degli atti politici?

La vicenda Seawatch3 non si è conclusa, ma è arrivata al punto di scontro con l’arresto di Carola Rakete che ha portato in salvo i 42 migranti che erano a bordo della nave, dopo aver causato un contatto con le motovedette della Guardia di Finanza. Una vicenda che è destinata a creare ulteriori tensioni nel dibattito pubblico, tra chi sostiene che l’atto sia stato una forza con violazione dei confini nazionali, e chi invece ritiene che di fronte alla vita e alla sua tutela non possa esserci nessun ostacolo di natura giuridica.

Ma la questione migranti ci riporta indietro nel tempo e ci presenta l’ennesimo dibattito sulla conciliazione di diversi valori in gioco: da un lato i diritti umani, la tutela della persona, la protezione della vita di ogni individuo; dall’altro presunti interessi nazionali, che ripongono nel rifiuto di far sbarcare alcuni migranti le speranze di maggior sicurezza per i nostri confini, e si rifugiano nella cosiddetta categoria dell’atto politico.

Se l’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini è stata negata perché l’atto compiuto dal ministro è stato qualificato come atto politico, vuol dire che esiste una categoria di atti, definiti “politici”, che gode di una certa insindacabilità? E che può spingersi oltre i limiti sanciti in Costituzione, ovvero andare al di là dei confini fissati, anche con una certa solennità, dal testo fondamentale del nostro ordinamento giuridico?
Se così fosse, vuol dire che la politica può sconfessare i diritti inviolabili sanciti nella Costituzione.
Di certo la nostra Costituzione non fa menzione della categoria di atto politico, come afferma Leonardo Brunetti, ordinario di diritto pubblico, il quale precisa invece che il Governo non può agire politicamente e amministrativamente fuori dal sistema, soprattutto quando si tratta di diritti fondamentali della persona.

In questo senso ci si ricollega anche all’equivoco secondo il quale la legittimazione politica diviene strumento per andare oltre la legge: chi ritiene che il consenso legittimi lo sforamento dei limiti legislativi compie l’errore, storicamente riproposto nella maniera più evidente con lo Stato assoluto, di identificare lo Stato con le persone, in questo caso i rappresentanti del popolo; di identificare le regole oggettive con la volontà popolare arbitrariamente configurata; di identificare la legge con il volontarismo politico; in definitiva, di identificare l’insieme delle norme generali ed astratte con la visione più faziosa di una parte della società. La politica è in teoria bene comune che in pratica si attua con la visione di parte, e per questo presenta limiti a volte insormontabili. Quei limiti che vengono fuori in tutta la loro inadeguatezza nel momento in cui impattano su valori intrinseci alla persona umana, su valori che preesistono, spesso, a qualsiasi impostazione ordinamentale, e che i processi storici di libertà hanno riconosciuto, anche un certo ritardo.
Il consenso e la legittimità vengono spesso identificati. Ma il consenso nudo e crudo va sempre incanalato nei binari della legge e dei limiti costituzionali. È solo attraverso lo schema oggettivo della legge che la volontà popolare può assumere le caratteristiche delle legittimità, perché altrimenti diventa arbitrio, diventa massa pericolosamente non governabile proprio perché travalica i confini di ciò che è definito legittimo.
In definitiva, è solo all’interno di un preciso spazio, appunto delimitato dalla legge, che la volontà popolare può trovare la sua ragion d’essere e la sua intangibile sacralità, e può, mediante meccanismi costituzionalmente predefiniti, diventare essa stessa espressione legislativa.