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Bohemian Rhapsody: “niente veramente m’importa, comunque il vento continua a soffiare”

Bohemian Rhapsody è un film del 2018 diretto da Bryan Singer che ha per interpreti principali Rami Malek (Freddie Mercury), Lucy Boynton (Mary Austin), Gwilym Lee (Brian May), Ben Hardy (Roger Taylor), Joseph Mazzello (John Deacon), Aidan Gillen (John Reid), Tom Hollander (Jim “Miami” Beach), Mike Myers (Ray Foster), Allen Leech (Paul Prenter) e Aaron McCusker (Jim Hutton).

La pellicola ripercorre i primi quindici anni del gruppo rock dei Queen, dalla nascita della band nel 1970 fino al concerto Live Aid del 1985. Il film ha ricevuto ben 4 Oscar (miglior protagonista a Rami Malek, miglior montaggio a John Ottman, miglior sonoro, miglior montaggio sonoro) alla 91ˆͣ edizione dei suddetti premi risultando il film con più premi vinti in questa edizione.

LA TRAMA. Londra, 1970. Da qualche parte nei sobborghi londinesi Farrokh Bulsara vive coi genitori in attesa che il suo destino diventi eccezionale. Contestato dal padre che lo vorrebbe allineato alla tradizione e alle origini parsi, vive soprattutto per la musica che scrive nelle pause lavorative. Dopo aver ascoltato e convinto i membri di una band, nota come Smile (Brian May, chitarrista, e Roger Taylor, batterista), a ingaggiarlo con la sua verve e la sua capacità vocale, l’avventura comincia. Insieme a John Deacon, bassista, diventano i Queen e raggiungono la gloria. Grazie al loro successo e alla loro sperimentazione musicale la band fa colpo su John Reid, un famoso manager dell’etichetta discografica EMI, che procura loro un contratto. Allo stesso tempo Farrokh cambia legalmente il suo nome in Freddie Mercury e si fidanza con Mary Austin, la ragazza che aveva conosciuto dopo l’esibizione degli Smile. L’album scala le classifiche in America ma, durante il tour negli States, Freddie inizia a mettere in discussione la propria sessualità. Nel 1975 i Queen registrano il loro quarto album, A Night at the Opera, ma subito dopo lasciano l’EMI, poiché il dirigente Ray Foster rifiuta di pubblicare la canzone Bohemian Rhapsody come singolo principale dell’album, principalmente per via della struttura non convenzionale e l’eccessiva lunghezza. Freddie fa trasmettere in radio dal DJ Kenny Everett la canzone che, nonostante le recensioni generalmente negative della critica, diventa un grande successo. Dopo il tour mondiale Freddie inizia una relazione con Paul Prenter, il suo manager personale, ed è costretto a rompere con Mary che ha intuito la sua omosessualità. Il successo del quartetto, continua fino ai primi anni ’80, ma nel gruppo nascono delle tensioni a causa della direzione presa dalla loro musica e dai cambiamenti nell’atteggiamento di Freddie, che ha licenziato il manager John Reid senza consultarsi con il resto della band. Nel 1981, dopo una sontuosa festa a casa sua, Freddie fa la conoscenza di Jim Hutton, un cameriere della festa, ma Jim lo rifiuta, dicendogli di andare a trovarlo quando imparerà ad apprezzare sé stesso. Il rapporto del cantante con i suoi compagni di band si spezza proprio dopo la pubblicazione di I Want to Break Free, quando Freddie, affermando di aver bisogno di una pausa, annuncia di aver firmato un contratto da 4 milioni di dollari con la CBS Records per due album da solista. Mercury si trasferisce a Monaco nel 1984 per lavorare al suo primo album da solista, Mr. Bad Guy, e si ritrova spesso coinvolto in feste a base di alcool e orge omosessuali su idea di Paul. Mary, ora incinta, decide di fargli visita e lo esorta a tornare nella band, la sua vera famiglia, ed accettare la partecipazione al concerto di beneficenza per combattere la fame in Africa Live Aid organizzato da Bob Geldof al Wembley Stadium. Solo in quel momento Freddie scopre che Paul gli ha nascosto questa e moltissime altre notizie, s’infuria con lui e rompe immediatamente la loro relazione. Per pura vendetta, Paul rende pubbliche le numerose esperienze sessuali di Freddie. Freddie torna quindi a Londra per chiedere perdono a Brian, John, Roger e al loro manager, Jim Beach. I quattro, dopo una breve discussione e l’ammissione da parte di Freddie di tutte le proprie colpe, si riconciliano e riescono a ottenere un posto all’ultimo minuto nel Live Aid. In contemporanea con la crescente diffusione dell’AIDS  in tutto il mondo, e dopo aver tossito del sangue durante l’incisione del suo album, Freddie decide di sottoporsi al test e scopre di essere stato infettato. Rivela la verità solo al resto della band durante una prova ed essi lo accettano, abbracciandosi. Il Live Aid si rivela un enorme successo, Freddie Mercury trascina la folla su canzoni come Bohemian RhapsodyRadio Ga GaHammer to Fall e We Are the Champions e, proprio durante l’esibizione dei Queen, si raggiunge la cifra di 1 milione di sterline, obiettivo che ci si era prefissati di donare in beneficenza.

L’azione si apre con un gruppo di musicisti emarginati notati da un giovane dotato di un prodigioso talento canoro che una volta accettato nel gruppo mostra quasi subito la verve provocatoria del suo genio musicale. Quando l’ascesa della neonata band tocca l’apice il carismatico frontman si lascia trasportare suo malgrado in una spirale senza ritorno nei meandri più profondi di un edonismo estremo, un viaggio che porterà Freddie a scoprire dei lati finora ignorati della sua vera personalità. Una simile condotta non è nuova a chi ha intrapreso la strada della rockstar, ma se il talento innato non sembra risentirne almeno all’inizio, inevitabilmente col tempo va deteriorandosi il lato personale quando i suoi comportamenti deliranti sempre più fuori controllo lo conducono ad un’evitabile rottura con le persone che davvero gli avevano dimostrato fiducia e amore. La parabola discendente per il protagonista trova infine una possibilità di riscatto grazie ad un evento musicale a scopo benefico; la tragica scoperta di aver contratto una malattia senza scampo non fa che consolidare il ritrovato legame con gli amici veri e la famiglia, prima che la spettacolare performance nel finale sancisca definitivamente la Leggenda per una band ed una musica degne dell’immortalità.

A far storcere il naso ai fan puristi possono essere un certo numero di licenze poetiche ed inesattezze storiche. Ad esempio, l’incontro fra Freddie e gli altri membri della band nel film appare del tutto casuale, nella realtà egli era già attivo e con una band sua, gli Ibex e già conosceva la band Smile; il rapporto di amore e poi di sincera amicizia con Mary Austin nel film conosce un momento di crisi che nella realtà non risulta mai attestato; John Reid nella vita reale non fu licenziato come nel film ma se ne andò di sua volontà e senza rancore nel 1977, mentre il gruppo mai si sciolse ufficialmente preferendo puntare temporaneamente su percorsi individuali; la scoperta di aver contratto l’HIV da parte di Freddie avvenne due anni dopo il concerto Live Aid mentre nel film il protagonista lo rivela agli amici che si abbracciano prima del concerto. Dal punto di vista tecnico queste innovazioni del tutto fittizie rispetto alla vera vita di Freddie Mercury e all’attività dei Queen, presumibilmente sono dovute alla volontà di Brian May e Roger Taylor, produttori esecutivi del progetto, di far uscire un film “pulito” che omaggiasse la band in tutta la sua grandezza.

Al di là della finzione scenica (i film biopic sono sempre caratterizzati da licenze che possono rendere più emozionante la trama ed evitare una banale ripetizione di ciò che si sa già), per evitare un paragone che mai come adesso è improponibile (come voce Freddie è Freddie) e tralasciando ogni possibile interpretazione politica e sociale (la falsa moralità è la più patetica delle ipocrisie dell’uomo), non si può che lodare l’ottima performance di Rami Malek, degno dell’Oscar vinto, quando mette in risalto  soprattutto il lato umano di Freddie Mercury, i suoi conflitti interiori che man mano lo portano a scoprire sé stesso per rispondere a tono alle critiche sulla sua vita privata grazie al suo indiscusso talento che sempre vive nel cuore di chi lo ascolta ancora oggi.

I’ve paid my dues / Time after time / I’ve done my sentence / But committed no crime / And bad mistakes / I’ve made a few / I’ve had my share of sand / Kicked in my face / But I’ve come through / And I need to go on and on and on and on” / We are the Champions – my friend…”.

Anche ai puristi che hanno un cuore potrà scappare una lacrima quando si lasceranno letteralmente trascinare da queste note che chiudono il film e grazie alla doverosa citazione canora nei titoli di coda.

Se non si può definirlo il film-rivelazione del 2019, certamente si può considerare questo prodotto un omaggio perfettamente riuscito all’ultimo dio del rock.

Vittorio Paolino Pasciari

Classe '86, nolano DOC. Laureato in Lettere Classiche, appassionato di cinema, letteratura e teatro.