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“Il 13° guerriero”: nella sala del Valhalla, dove l’impavido può vivere per sempre

Il 13° guerriero (The 13th Warriori) è un film del 1999 diretto da John McTiernan, tratto dal romanzo Mangiatori di morte di Michael Crichton, a sua volta ispirato al poema epico Beowulf.

LA TRAMA Nell’anno 922 Ahmed Ibn Fahdlan (Antonio Banderas), un colto cortigiano di Baghdad, viene nominato ambasciatore nelle Terre del Nord e allontanato dalla città dopo la scoperta della sua relazione con una nobile sposata. Ad accompagnarlo ci sarà Melchisidek (Omar Sharif), vecchio amico di suo padre. Mentre è in viaggio, la carovana viene attaccata da alcuni Tartari, ma riesce a salvarsi poiché si imbatte in un gruppo di Normanni. Giunti all’accampamento, un’indovina però rivela che Ahmed è proprio l’uomo che i vichinghi cercano: il loro villaggio, minacciato da un popolo di misteriose creature, i Wendol, potrà essere così salvato solo con l’intervento di una compagnia di tredici guerrieri, di cui uno straniero. Ahmed, ribattezzato Eban, si reca allora nel villaggio normanno, dove risiede il vecchio re Hrotgar (Sven Wollter). Dopo numerosi attacchi e molte perdite, la moglie del re (Diane Venora) decide di portare i guerrieri da una vecchia indovina, che mette in guardia il capo, Buliwyf (Vladimir  Kulich): per distruggere i Wendol dovrà uccidere la loro madre e il loro capo. I guerrieri individuano il covo nemico e penetrano in segreto sino alla caverna della “madre dei Wendol”: Buliwyf la uccide ma viene colpito con un artiglio avvelenato. I Wendol attaccano per l’ultima volta i Normanni ma vengono sconfitti: nel finale della storia Buliwyf riesce ad uccidere il capo, si siede sul trono e muore da re. Ahmed, invece, riprende la via per tornare a sud, ma decide di scrivere una cronistoria degli avvenimenti.

Un poeta aristocratico che ha sempre vissuto in un ambiente raffinato e culturalmente avanzato si ritrova catapultato in un angolo dell’Europa che, almeno all’inizio, trova rozzo e primitivo. La nuova esperienza nelle terre del Nord diventa l’occasione di attraversare la via che forgerà il suo carattere riscoprendo il culto del guerriero che con il proprio valore difende la sua terra. Le inquadrature sugli esterni che spaziano dalle colline, ai boschi, alle caverne e la colonna sonora che scandisce i combattimenti rendono suggestivo ed emozionante seguire la crescita interiore dell’arabo. Memorabili risultano le scene del lavabo nella tenda vichinga, del ‘piccolo’ cavallo che disarciona uno dei guerrieri, dell’apprendimento della lingua del Nord ascoltando i discorsi dei guerrieri e della dimostrazione con la scimitarra. Dopo un inizio quasi umiliante, l’istruzione forgiata dalla spada consente al protagonista di essere accettato dal gruppo di vichinghi come un degno compagno di lotta fino all’eroica battaglia finale.

Nonostante sia oggi ritenuto un cult, il film alla sua uscita risultò un fallimento finanziario enorme, ottenendo uno scarso successo al botteghino (61,7 milioni di dollari rispetto ai 160 milioni di costi di produzione) e delle critiche piuttosto tiepide. Nel mondo del Cinema tuttavia non sempre critica e botteghino stabiliscono il giusto riconoscimento per quei prodotti forse non tecnicamente eccelsi ma che sanno emozionare come pochi. E se nella versione italiana i guerrieri vichinghi vengono definiti “normanni”, più che un errore di traduzione si può semplicemente ricordare che col termine “normanni” o “uomini del Nord” si tende ad identificare un popolo vichingo di origini danesi e norvegesi che diede poi il nome ad una regione conquistata nel nord della Francia: la Normandia.

 

il libro da cui ha preso spunto il film

Il protagonista della storia è ispirato alla figura di Ahmad ibn Fadlan, un cronista arabo di origine persiana realmente esistito e autore di un manoscritto datato 922 d.C. sulle usanze dei vichinghi con cui venne a contatto nel corso di viaggi sul Volga.

La cruenta schiettezza di alcune scene può urtare la sensibilità di chi è debole di stomaco ma può essere superata da quegli animi che amano la formazione interiore attraverso epiche battaglie in un suggestivo mondo antico sulle note di colonne sonore emozionanti (Jerry Goldsmith in questo caso). L’impeccabile lavoro di interpreti irresistibili rende questo piccolo cult degno di essere gustato fino alla battaglia conclusiva che viene preceduta da un’emozionante preghiera da parte dei guerrieri superstiti fra cui l’ormai ‘vichingo d’adozione’ Ahmed:

«Ecco là io vedo mio padre,

ecco là io vedo mia madre e le mie sorelle e i miei fratelli,

ecco là io vedo tutti i miei parenti defunti, dal principio alla fine.

Ecco, ora chiamano me,

mi invitano a prendere posto in mezzo a loro

nella sala del Valhalla, dove l’impavido può vivere per sempre.»

Vittorio Paolino Pasciari

Classe '86, nolano DOC. Laureato in Lettere Classiche, appassionato di cinema, letteratura e teatro.