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Il calcio che non c’è più, tra razzismo e ipocrisia

Oltre il calcio esiste la vita e quei “buuuu” sono assordanti come il silenzio di chi potrebbe far tutto e invece resta fermo, inerme, se ne sta comodamente seduto su una poltrona ad osservare ciò che accade. Il boxing-day è un successo, lo dicono i numeri (i 250mila spettatori che riempiono i nostri stadi), ma il sistema calcio è un fallimento anche a Santo Stefano. Il razzismo è solo un contorno alla violenza, all’odio, allo schifo che c’è in giro e che si manifesta in ogni modo, nella realtà che s’osserva e sui social. Morire per una partita è assurdo, assecondarlo per l’ennesima volta è una sconfitta delle istituzioni, di chi è a capo di questo sporte di quest’Italia solidale con tutti – basta un post, una nuova immagine del profilo, una frase ad effetto – eppure mai in grado di tutelare i suoi figli.

Poi torna il calcio, se volete: è un rifugio per chi ha la nausea della solita cronaca e allora preferisce leggere d’altro. Della sconfitta del Napoli, ad esempio. Che è meritata e beffarda, che arriva dopo la vittoria sfiorata, dopo il salvataggio di Asamoah su Zielinski, dopo una gara giocata a basso ritmo, senza un guizzo, con poca fantasia e ancor meno idee. Vince l’Inter grazie ad un episodio, lo coglie il ‘toro’ Martinez che beffa Meret e il Napoli che era rimasto in dieci. Il rosso a Koulibaly, da regolamento impeccabile come la gara che Mazzoleni ha colpevolmente deciso di non sospendere, è solo apparentemente un alibi. La sconfitta, la terza in trasferta dopo Sampdoria e Juventus, è figlia d’un atteggiamento sbagliato, è legata alla scarsa vena realizzativa di Insigne (che non segna dal 6 novembre), alla brillantezza smarrita di una squadra che sabato, al San Paolo contro il Bologna, dovrà ritrovarsi prima della sosta.

A metà stagione lo scudetto è già utopia – la Juve va a più nove col pareggio di Bergamo – e l’Europa League, con la Coppa Italia, resta il vero obiettivo alla portata del Napoli, un ambizioso traguardo oltre che un doveroso impegno che la squadra decide d’assumere coi suoi tifosi e la sua storia. Un trofeo europeo manca da trent’anni ed Ancelotti, la cui signorilità è un dono raro nel caos delle polemiche, è l’uomo giusto per riconquistarlo. Servirà un altro spirito ed anche un altro Napoli. Anno nuovo…

Fabio Tarantino

Classe 1991, giornalista pubblicista dal luglio del 2014.